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Hotel House. The shared living’s contradictions

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Hotel House is a famous example of recycled building: a space made up for tourism that becomes a residential building for immigrant populations. It has been often investigated and it’s now the object of an interesting ethnographic research conducted, over the course of several years, by Adriano Cancellieri. The case is useful for observing, within a radical form, the shared living’s contradictions.

 

Hotel House. Le contraddizioni dell’abitare condiviso

La ricerca etnografica condotta da Adriano Cancellieri su uno dei casi più indagati della situazione medio adriatica è occasione per tornare ad occuparsi di Hotel House a Porto Recanati. Si tratta di un caso indagato a più riprese da numerose tesi di laurea e dottorato, studi urbanistici e sociologici, film, inchieste giornalistiche, racconti, cronache giudiziarie.

Gli elementi messi in evidenza da Cancellieri (e nella postfazione ripresi da Ilvo Diamanti) in sintesi sono i seguenti:

Gli usi e i significati di una grande architettura razionalista: nel 1967 la posa della prima pietra è celebrata da Natoli, allora ministro, Forlani e Tambroni. Hotel House è una ambiziosa attrezzatura turistica per una società di massa. Solo una volta abbandonato e ripopolato di popolazioni transitorie, marginali e immigrate diventerà un autentico «luogo urbano» (nell’accezione di Wirth). Ovvero un luogo segnato da eterogeneità, densità, mobilità. Localizzato accanto a Porto Recanati che nulla ha del luogo urbano nell’accezione di Wirth: una cittadina piccola, a bassa densità, a scarsa mobilità ed omogenea. In altri termini, un’autentica scheggia di «città verticale» accanto al tipico sprawl medio-adriatico.

Hotel House è inizialmente una «città dei ricchi» (480 appartamenti, 17 piani, campi sportivi, negozi, parco-giochi, laghetto artificiale, auditorium, ristorante, discoteca, sauna, ecc.). Diventa poi una «città dei poveri» con l’abbandono dei primi proprietari e l’insediamento di popolazioni provvisorie: sfollati del terremoto di Ancona, collaboratori di giustizia inseriti in programmi di domicilio coatto negli anni 80, ballerine, brigatisti, immigrati legati alla fase espansiva dei distretti marchigiani, clandestini.

Più precisamente è una «città degli altri»: non invivibile e ingestibile, ma capace di una relativa (auto)organizzazione e integrazione. Con un’alternanza di spazi di vita individuale e spazi di vita comunitaria, principalmente intorno al cibo e alla preghiera. «Nulla di aulico nella convivenza interetnica e multiculturale. Perché coabitare e coesistere in queste condizioni è difficile. Talora rischioso. Conflittuale. Questo è uno spazio conteso al centro di continue battaglie per il senso e l’uso del luogo»

Quel che emerge con evidenza è una densità di pratiche e significati spaziali, prima ancora che di uomini. Pratiche che permettono agli abitanti di procurarsi risorse economiche e materiali esattamente come negli anni 60, ma in modo ribaltato.

Lungo la costa adriatica anche altri residence estivi hanno avuto una storia simile (come ci dicono Lanzani e Vitali). Questo caso è tuttavia esemplare e irriducibile.

Esemplare poiché contiene al suo interno tutti i tratti di una reazione adattativa al fenomeno dell’immigrazione straniera propria dell’esperienza italiana degli ultimi quindici anni: casualità soluzioni adottate; implicazioni di politiche urbane e immobiliari di tipo adattativo; sfruttamento delle contingenze; adeguamento (senza capacità di governo) alle tendenze economiche e del mercato del lavoro; scelte individuali e di gruppo non programmate; incapacità istituzionale.

Irriducibile. L’irriducibilità di Hotel House è rivolta alla storia delle architetture turistiche, dei distretti produttivi, dei ricambi di popolazioni, abitudini, valori, delle normative che regolano il suolo. Qualcosa rimane sempre fuori. Hotel House è un documento talmente complicato da essere quasi paradossale. Il paradosso è che da un lato è circoscrivibile in tempi chiusi (nel tempo del progetto, ad esempio, o in quello della costruzione, tra la posa della prima pietra nel luglio 1967 all’abitabilità nel settembre 1970). Nel contempo è articolazione complessa e aperta. Persiste nel tempo e si carica di significati differenti. Si intrecciano e si stratificano nell’architettura norme differenti. Norme che regolano dapprima la progettazione, la costruzione, gli usi. Poi altri usi differenti, la trasformazione, l’adattamento. Norme stratificate che hanno tempi che entrano poco in relazione gli uni con gli altri. Paolo Grossi ha spiegato bene come riconoscere una comunità giuridica e Hotel House corrisponde in modo esemplare ad una (nomala e provvisoria) comunità giuridica.

Quello che interessa di Hotel House è questa complessità. Cosa si ricicla, nel tempo, a Hotel House? Non solo l’architettura con le sue pretese formali che rimandano alla pianta cruciforme dei grattacieli del Plan Voisin, secondo Pippo Ciorra. Non solo il suo essere immaginario collettivo della casa di vacanza anni 60 (così diverso da quello dominante lungo l’arco medio adriatico). Ma quegli usi e quelle norme. Se nel suo punto di partenza Hotel House è espressione di un diritto al tempo liberato della vacanza, al riposo, all’appropriazione di un territorio di pregio (quel tipo di appropriazione con la quale se la prendeva Lefebvre), nel suo punto di arrivo è espressione di un differente diritto all’abitare .

Cristina Bianchetti

Cancellieri A., Hotel House. Etnografia di un condominio multietnico, professional dreamers, 2013

Ciorra P., “La fine delle periferie. Nascita e morte della periferia moderna”, in Enciclopedia Treccani, XXI secolo, Roma, 2010

Koolhaas R. et al. Mutations. Arc en rêve centre d’architecture, Bourdeuax, Actar, 2001

Lanzani A. e Vitali D, Metamorfosi urbane. I luoghi dell’immigrazione, Sala, Pescara, 2003

 

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