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Ambiance and territoires en partage?

The term ambiance is usually translated as atmosphere, environment. An inquiry around the ambiances urbaines en partage may raise some doubts regarding the vagueness of the term that seems to allude to a postmodern aestheticization.  The book by Jean-Paul Thibaud and Cristiane Rose Duarte identifies, in the approche du ambiances, a good solution for a holistic design of public space and for a better understanding of the vivre ensemble, to the point of founding on the ambiance a political ecology.

Il termine ambiance viene solitamente tradotto come atmosfera, ambiente. Una lettura delle ambiances urbaines en partage può destre qualche riserva. Sia rispetto alla sensazione di sentimentalismo postmoderno che la nozione si porta dietro. Sia rispetto ad una accezione più radicale di condivisione come progetto o condizione che comunque fa riferimento ad un orizzonte ben calato entro connotati materiali, spaziali, economici e  sociali: la condivisione è la messa in comune che mantiene sempre differenze e asimmetrie e pone pertanto il problema politico del loro trattamento.

Le riserve sono messe alla prova dal volume a cura di Jean-Paul Thibaud e Cristiane Rose Duarte, Ambiances urbaine en partage. Pour une ècologie sociale de la ville sensible (Metispresses, genève, 2013). Il testo raccoglie i risultati di una collaborazione franco-brasiliana sviluppati in più anni nel quadro del programma Réseau International Ambiances. Sedici saggi ordinati su tre assi che fanno riferimento a: cultures, languages, corps. Con due scritti introduttivi che definiscono una spessa cornice della riflessione.

Come molte condizioni, l’ambiance è qualcosa che si sperimenta quotidianamente, ma per il quale si ha difficoltà a dire esattamente in cosa consista. Ed è considerato carattere fondamentale dell’abitare e del vivre ensemble. Ci dice che l’interpretazione del mondo (e dello spazio urbano) non è lavoro individuale dell’ordine della coscienza, ma dell’ordine collettivo. Ha a che fare con sensibilità e riflessività (il che non presuppone affatto che ciò che è percepito in comune sia omogeneo, tanto meno uniforme). Il concetto permette di rileggere il quadro delle culture quotidiane individuali e collettive; aiuta a tematizzare il comune; ma anche nozioni quali familiarità ed esperienza (quest’ultima nell’accezione interattiva deweyna). Si inscrive nelle mutazioni dello spazio abitato e partecipa ai processi di trasformazione dei territori urbani. Ha a che fare con l’urbanistica, ma anche con la teoria dell’azione, la micro-sociologia, l’etnografia e gli approcci relazionali e percettivi. Difficile costruire una sintesi delle numerose direzioni di lavoro che si aprono attorno  questa nozione. Meglio individuare un paio di direzioni che permettono di coglierne alcuni spunti di interesse per una ricerca sui Territories partagés.

1.  Ambiance muove memoria, fantasia, desiderio, significati. Aiuta a costruire quelle topologie che vediamo comparire qualche volta nei progetti per la città contemporanea. Ad esempio, nelle carte della Grand Paris di Bernardo Secchi e Paola Viganò. Dice come i luoghi valgono individualmente e collettivamente. Ovvero mutua le due dimensioni entro quell’idea vaga, quasi imprendibile, di atmosfera. Dice della familiarità. Dice poco invece di come quegli stessi luoghi che muovono adesione, familiarità o, al contrario ostilità, siano costruiti su un intreccio fitto di azioni, diritti, poteri, privilegi, immunità. In altri termini, è sbilanciato dal lato di chi percepisce l’atmosfera rispetto al modo in cui essa è esito di un complicato stratificarsi di condizioni giuridiche, economiche, simboliche.

2. L’approche des ambiances ha molto a che fare con la dicotomia spazio pubblico/spazio collettivo (che oggi alcuni –vedi Lotus, 152, 2013 – rileggono in modo riduttivo come contrapposizione tra spazio iper-normato «espressione dello Stato e dei suoi interessi» e «spazio vuoto», disponibile, appropriabile). Caduta l’idea potente di pubblico che ha costituito la sponda e il contenuto del progetto urbano novecentesco è venuto meno anche il carattere democratico del progetto dello spazio aperto. Il pubblico non è più per tutti. E’ depotenziato, minore. La sua è una condizione possibile, non grantita. E ciò dipende anche dall’ambiance. Dipende cioè dal fatto di saper suscitare una certa attrazione. Ad esempio, dal fatto di poter essere percepito come interno, limitato, protetto. Dalla capacità di  dar luogo ad un riconoscimento non solo individuale, ma comunque familiare. Giustamente Thibaud sostiene che la costruzione di una buona ambiance non ha a che fare con il lusso gratuito, il comfort facile o l’hi-tech (peraltro resi sempre più difficili dalla crisi). Ma ha a che fare con l’efficacia di alcuni dispositivi materiali, la porosità degli spazi sensibili, la possibilità che esperienze situate si incardinino nello spazio. E’ qualcosa di complicato e che pone il problema di come mettere in opera la forza critica della nozione di ambiance. Traendone le conseguenze per il progetto.

Cristina Bianchetti

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