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Bernardo Secchi’s last book: five comments from a shared standpoint

Bernardo Secchi’s last book, La città dei ricchi e la città dei poveri, doesn’t deal specifically with the theme of shared spaces but it offers many issues for a discussion about individual distinctions related to space.

1.
Parlare di stile narrativo in riferimento a La città dei ricchi e la città dei poveri è una provocazione. Per la critica che Bernardo Secchi ha mosso al “racconto urbanistico” negli anni 80. E perché questo libro, a differenza del racconto, è costruito su una tesi robusta. Una tesi in tre mosse: (i) le diseguaglianze sono espressione di quella che oggi riconosciamo come una nuova questione urbana; (ii) ogni crisi dei rapporti tra capitale e lavoro negli ultimi due secoli ha generato (e si è resa palese attraverso) una diversa questione urbana; (iii) l’urbanistica ha forti responsabilità nell’aggravarsi delle diseguaglianze. Schematizzata in questo modo, la tesi sembra costruire un altro testo sulla “disfatta”. Genere oggi diffuso. Al contrario La città dei ricchi e la città dei poveri è il riconoscimento della forza di ciò cui generalmente si riconosce debolezza, afasia, difficoltà. Ovvero della tradizione urbanistica occidentale nelle sue declinazioni europee e statunitensi. Tutto il testo si muove entro un quadro di rivendicazione alta, entro una linea di lavoro che è «continua ricerca di delineare ragioni e identità dell’urbanistica».
La consapevolezza dei limiti della forma racconto, espressione di un’autocoscienza laica e dogmatica, e una tesi robusta non cancellano tuttavia l’impressione che il libro si sviluppi entro la latitudine estesa del racconto urbanistico e lì si costruisca un rapporto persuasivo, comunicativo e polemico con il lettore. Come in tutti i momenti di crisi le forme più consolidate (dal manuale, alla descrizione) si mescolano e oggi assistiamo ad una nuova estensione e penetrazione del racconto, cui non sono estranee altre scienze sociali. Non può sfuggire la ricorrenza dei riferimenti a La société des eguax di Rosanvallon, uno degli esempi più alti di questo ritorno.

2.
Tra La città dei ricchi e la città dei poveri e La città del XX secolo stanno alcuni anni e soprattutto alcuni importanti lavori di progetto condotti da Secchi e Viganò sulla grande città europea: Parigi, Bruxelles, Mosca. Progetti «per il tempo lungo» che si sono dati a partire dalla competizione Grand Paris voluta fermamente da Sarkozy. Tre metropoli europee, tre proiezioni della condizione urbana nei prossimi decenni, il ripetersi di una forma del piano che sembra muovere competenze specifiche e uno specifico rapporto con il potere. Queste esperienze traspaiono nel libro. Non perché vengano utilizzate a sostenere l’argomentazione, ma perché aiutano ad elaborare un’uscita praticabile ai problemi del progetto urbanistico. Suggeriscono politiche che non sono consegnate a grandi opere spettacolari (suggerimento che non può non essere passato dal vaglio di una riflessione su tre città che hanno fatto della spettacolarità delle opere il loro segno distintivo, secondo una modalità risibilmente inseguita da città sempre più piccole). In questo passaggio è possibile cogliere uno scarto: il progetto per la città non può avere le caratteristiche che aveva in passato. Deve essere orientato diversamente, deve garantire, scrive Secchi, in modo diffuso, porosità, permeabilità e accessibilità a tutti. E’ qui che si ritrovano sintomi e potenzialità di trasformazione.

3.
L’esortazione di Secchi è tornare a ragionare su ciò che è stata la dimensione del collettivo. Su come la prima industrializzazione ha reso possibile un ambiente propizio alla nascita di pretese collettive, di una coscienza più convinta di interessi collettivi e conseguentemente di lotte collettive. La presa di consapevolezza del fatto che solo trasformandosi in un io collettivo il soggetto economicamente debole potesse contare qualcosa e pretendere qualcosa (come scrive Paolo Grossi, anche lui ripensando il Novecento). Con la riscoperta della dimensione collettiva all’interno della società l’urbanistica cambia e la modernità giuridica comincia lentamente ma progressivamente a morire. Poi le cose andranno diversamente. Nei progetti e nelle politiche per la città del secondo dopoguerra, scrive Secchi, la dimensione collettiva è banalizzata. Chiaro l’intento provocatorio nei confronti di esperienze che in Italia, come in Francia (dall’Ina casa ai grands ensembles) vengono spesso celebrate come risposta colta a questo riconfigurarsi della società e che qui si dicono cariche di buone intenzioni, ma incapaci di interpretare proprio quella dimensione del collettivo che pure tra le due guerre era stata oggetto delle avanguardie delle esperienze svedesi o del dibattito sull’alloggio nell’Unione Sovietica. Le icone dell’edilizia pubblica degli anni 50 e 60 sono tacciate di non aver compreso. E oggi si potrebbe, a giudizio di Secchi, rifare un errore molto simile: affidarsi a nicchie sociali e tecnologiche: una direzione che non aiuta a sviluppare più democrazia e ridurre le diseguaglianze. Qui entra, in direzione opposta, una riflessione sui territories partagés cioè sul venir meno del collettivo per esplosione sociale. Esplosione che genera il continuo riaffiorare di nicchie con la pretesa non solo di avere attenzione, ma di riscrivere in modo radicale l’idea di collettivo scivolando fuori dall’opposizione tra «macro-soggetto» e «individuo singolo» (i termini sono di Paolo Grossi) ed esaltando ogni tipo di fare associativo.

4.
L’oscillazione pendolare tra individuo e collettivo può essere riguardata (sebbene le cose siano solo in parte coincidenti) come oscillazione tra individualizzazione e de-individualizzazione. Secchi ricorda che, all’inizio del 900, è nella metropoli che la città si de-individualizza con le figure della folla e del pubblico che diventano soggetti politici in Le Bon, Tarde, Park, Riesman. Poi, tra le due guerre, la società completamente de-individualizzata vede contrapporsi classi in conflitto. E poi ancora, prende corpo il movimento contrario, fino all’individualizzazione spinta negli ultimi decenni del secolo, tenuta d’occhio e indagata dagli innumerevoli studi sul quotidiano che attraversano anche le discipline territoriali e sembrano, scrive Secchi, dapprima segnati dal recupero del buon senso, per poi giungere a mettere a nudo alcuni paradossi del welfare. Un buon senso, si potrebbe aggiungere ripensando a Holbach, inteso come senso comune, come capacità di giudizio che è sufficiente per capire le verità più semplici, rifiutare le assurdità più evidenti, rimanere colpiti dalle contraddizioni più manifeste. Insieme di istinto e ragione. Guardando “in basso”, a ridosso del suolo, dentro i luoghi.

5.
Strategie di distinzione, strategie di esclusione, costruzione di dispositivi spaziali. E’ questo strato molto materiale, fisico ciò che permette di parlare di una città dei ricchi e di una città dei poveri entro il ragionamento urbanistico. Secchi insiste sul ruolo svolto dalla differenza. Differenza come contrapposizione di sostanziali diversità che si costruisce nello spazio: la diversità (omogenea) della città dei ricchi e la diversità (screziata) della città dei poveri. Chiudersi, allontanarsi, rivendicare, esigere immunità. I territories partagés sembrano indicare pretese un po’ diverse: ritrovarsi entre nous, non significa necessariamente ritrovarsi nelle enclaves des riches o des pauvres, ma rivendicare un habiter autrement che non coincide precisamente con esse. E dichiara di non costruirsi sulla distinzione tra ricchi e poveri. Rimescola le carte. Ciò che appare da questa angolazione è un movimento diverso: il macrocosmo del pubblico tenuto a forza in un microcosmo. Non solo, se ricchi e poveri sono gruppi (almeno di principio) aperti, come scrive Secchi, qui si tratta di gruppi tendenzialmente chiusi. Anche se in modo non definitivo e in forme assi meno stabili. Costruiti anch’essi «nello spazio» con la stessa determinazione, attraverso analoghe strategie di distinzione, di esclusione e di auto-organizzazione che ne fanno vere e proprie comunità giuridiche.

Cristina Bianchetti

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