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The construction of the modern individual

Propriété privèe, propriété sociale, propriété de soi is not the Robert Castel’s best known book, but in the conversation with Claudine Haroche we can observe the deep interest of the French sociologist for the contemporary city.

La costruzione dell’individuo moderno

Propriété privèe, propriété sociale, propriété de soi non è il libro più noto di Robert Castel, ma è nella conversazione con Claudine Haroche che risultano fortemente evidenti alcuni spunti di interesse della riflessione del sociologo francese per un ragionamento sulla città contemporanea. Quella che il libro delinea è una sorta di genealogia della nozione moderna di individuo alla cui base c’è l’individualismo possessivo di Locke, ovvero la posizione per la quale l’uomo è qualcuno che si appropria e trasforma la natura col suo lavoro, diviene proprietario e per mezzo di questa appropriazione diviene capace di esistere come individuo. Un processo che non è pensabile senza qualcosa che funzioni da «supporto». Il termine ha più accezioni. Castel lo intende come condizione oggettiva di possibilità. Nello stesso senso in cui Bourdieu parlava di capitale, intendendo riserve  di tipo relazionale, culturale, economico. Esistere come individuo, è dunque avere la capacità di sviluppare strategie personali, disporre di una certa libertà di scelta nel condurre la propria vita. Con lo sviluppo del modo di produzione capitalistico risulterà evidente come un tale percorso sia precluso a molti. Così dalla fine del XIX si sviluppa una diversa forma di proprietà. La proprietà per i non-proprietari. Una proprietà che non passa più per il possesso di un patrimonio, ma per regolazioni collettive e più precisamente, per l’entrata in un sistema di protezione costruito sulla base del lavoro. E’ il diritto di protezione  che permetterà ai non-proprietari, di esistere come individui. La nuova forma di proprietà sociale include protezione,  alloggi, servizi pubblici, beni collettivi. Etienne Balibar, che condivide molte posizioni di Castel, gli rimprovererà questa sua fiducia nella reazione regolatrice della potenza pubblica (fiducia ispirata da una condizione sociologica durkheimiana della società come organismo). «Per quanto innegabili siano le preoccupazioni sociali e morali della borghesia è del tutto insufficiente rappresentare l’emergere della cittadinanza sociale come una concezione filantropica dello stato borghese in nome della necessità di riparare agli effetti patologici della rivoluzione industriale» (E. Balibar, Cittadinanza, Bollati Boringhieri, Torino, 2012, p. 77). Il paradosso della società contemporanea è che lo sfaldarsi di questo sistema di protezione dà avvio di un nuovo processo di individualizzazione. Un processo che rimette in questione profondamente le concezioni precedenti di individuo. I legami si sfilacciano, emerge una nuova individualità negativa e iper-problematica. Incapace ormai di inscriversi in un sistema di protezione sociale. «Che cosa significa essere protetti?» è il sottotitolo del libro tradotto in italiano L’insicurezza sociale che ha il merito di costruire una robusta cornice ai temi spesso mal-trattati, dell’insicurezza.

In molti altri studi Castel riprende le ambiguità del farsi e disfarsi della nozione di individuo nella società contemporanea. Una società in cui l’ingiunzione a condurre la propria vita come individui responsabili, autonomi, imprenditori di se stessi, non tiene conto che questo imperativo non è per tutti; non è generalizzabile. Molte volte torna sulla distinzione tra «individu à part entiére» e «individu par défaut» e la usa per esplorare le condizioni di precariato, per riconsiderare criticamente  l’ambiguità delle politiche fondate sull’autopromozione del soggetto che non si soffermano sulle condizioni reali (sul supporto) a disposizione dell’individuo per sviluppare una sua strategia. E così finiscono con richiedere di più a chi ha meno. La sua attenzione al farsi e disfarsi delle regolazioni collettive e delle forme di protezione sociale costituisce uno dei «grandi racconti» sul presente. Cioè uno di quegli ampi schemi storici e interpretativi, dati per superati precipitosamente qualche tempo fa e ora fatti propri dal discorso sociologico, anche se in chiave meno normativa e polemica di quanto non fosse nel discorso urbanistico.

I giornali italiani non hanno dato molto spazio alla morte del sociologo francese il 12 marzo scorso. Qualcosa di più si ritrova in rete. L’indifferenza è legata a molte ragioni: lo stile antiaccademico di Castel, il suo rifuggire dall’attenzione mediatica, il ritardo nella traduzione dei suoi testi, forse altro ancora. Ma è difficile non riconoscere la forte pertinenza del suo pensiero ad una riflessione sulla  natura della «nuova questione sociale», sulla crisi contemporanea, sulla metamorfosi della civiltà del lavoro e sul ritorno in primo piano di una figura depotenziata di individuo, più simile alla figura dell’escluso, di chi è ormai «in soprannumero». Temi sui quali si è ridefinita la sua traiettoria di lavoro negli ultimi decenni.

Cristina Bianchetti

Robert Castel, La metamorfosi della questione sociale: una cronaca del salariato, Sellino, 2007 (Fayard, 1995)

Robert Castel, L’insicurezza sociale. Che significa essere protetti, Einaudi, 2011 (Seuil, 2003)

Robert Castel, La discriminazione negativa. Cittadin o indigeni, Quodlibet, 2008 (Seuil, 2007)

Robert Castel Claudine Haroche, Propriété privèe, propriété sociale, propriété de soi, Fayard, 2001 (traduzione it. Quodlibet, 2013)

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