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Shared spaces and Mixité: two opposite directions (1)

La mixité sociale est un mythe, un idéal humaniste et irrealiste de la ville harmonieuse [Belmessous, 2006, 142].

The shared practices in Mill’O, Berlin, Lyon, Turin and Breda, can do without mixité. The mixité is a Mith of the Modern Design, for the way it’s always considered the social, spatial and functional problem’s solution. It has a precise technical meaning, as well as a symbolic one. The mixité’s effectiveness is based on what Sennett has called a “false belief”: the idea that the setting of people in the same place makes them interact. The shared practices we observed in our research work in a different way.

Condivisione e mixité, due logiche in opposizione

La mixité sociale est un mythe, un idéal humaniste et irrealiste de la ville harmonieuse [Belmessous, 2006, 142].

Le pratiche di condivisione che abbiamo osservato a Mill’O, Berlino, Lione, Torino, Breda fanno a meno di quello che è un vero e proprio mito della progettazione moderna: la mixité. Considerata come via d’uscita a molti problemi di carattere funzionale, spaziale e di convivenza sociale. La mixité porta con sé un preciso significato tecnico e un altrettanto preciso (ma più ampio) significato simbolico. La sua efficacia è retta da quella che Sennett ha definito una «falsa convinzione»: l’idea che «mescolando diverse funzioni o mettendo le persone nello stesso luogo, queste cominceranno ad interagire». Un mito tutt’ora dominante: la mixité è ricercata come simbolo, soluzione e condizione di un buon abitare. Si ritiene in grado di disegnare una condizione urbana per definizione. Trattando di funzioni, allude a coesione sociale e a un migliore ambiente fisico. Contro le separazioni, le barriere simboliche, le fratture che hanno frantumato l’urbano alla fine del XX secolo. Ritenuta fonte di animazione urbana e attività economica, risponde a quello che un po’ pomposamente è definito il nuovo «désir d’urbanité».

Le pratiche di condivisione che abbiamo osservato vanno in una direzione diversa. La logica che le presiede è la logica dello stare «entre nous». Dove il ritorno «entre nous» è il «symptôme, excesssif ou excédé d’une nouvelle forme de solidarité qui se cherche dans l’attention aux aspiration spécifiques, multiples et variables des indivdus, au-delà donc des formes étatiques d’organisation de la dette mutuelle dans la societété», come scrivono Donzelot e Mongin (1999). Al di là, appunto, di forme di mutua organizzazione, questo modo selettivo della prossimità è guidato, in diversa misura, dal disagio identitario di una società individualizzata, dal tentativo di ricostruire fiducia, dalla volontà di gestire alcuni rischi comuni. Quasi sempre, in queste condivisioni, la dimensione collettiva è un mezzo, non un fine (anche se ben mescolata con espressione di valori ecologici, ambientali, sociali).

Per quello che abbiamo osservato, dal lato dello spazio, è a questa logica dell’«entre nous» che possiamo poggiare l’interpretazione di nuove solidarietà definite a partire da aspirazioni molto specifiche. Le interviste agli abitanti di Mill’O ripetono quasi alla lettera la convinzione (paradossale) di poter «faire société tout seul» (Donzelot, 2009, 42). Rimane naturalmente una fondamentale distinzione con «l’entre-soi des riches». Piuttosto che «des pauvres». Osserviamo qualcosa di diverso. Il riprodursi dell’«entre nous» per così dire oltre le tradizionali enclaves: in situazioni puntuali, minute, che hanno la pretesa di tenere assieme ricchi e poveri (Lietaert). Ma che analogamente si separano dalla città. Sono profondamente «antiurbane». Permeate dalla convinzione di non avvantaggiarsi, ma al contrario di essere incrinate dalla diversità. In altri termini, la condivisione, quando guarda al suo intorno, non dice affatto che stare assieme, essendo diversi, significhi stare meglio. Le barriere simboliche che costruisce attorno a sé, sono permeabili, ma molto resistenti. Come accade con la vegetazione spontanea a Mill’O o la facciata paravento al Mitte a Berlino. Ciò che queste barriere segnano è proprio la distanza con quanto si ha vicino. La distanza come critica ad un ugualitarismo solo formale. E rivendicazione di un «habiter autrement» a mezzo di logiche di distinzione (Bourdieu) riscritte chiaramente nello spazio. L’altro da sé (il sobborgo borghese di ricche case individuali di Mill’O, i quartieri industriali di Breda, i tessuti centrali di Berlino, le frange urbane di Torino, il quartiere storico di Bologna o di Lione) sta bene nella misura in cui ce ne si può distanziare, standoci in mezzo. La tolleranza nei confronti di situazioni differenti si traduce nel non avvicinarsi troppo, seppure essendone immersi. Nel non doversi necessariamente ricollocare entro lo spazio nel quale si è localizzati. In altri termini, nell’evitare eccessive prossimità. Quel che esprimono queste situazioni è un diritto. Un diritto ad «habiter autrement» e a tenere (e ad essere tenuti) a distanza di sicurezza. L’urbanità per contiguità qui è un mito svuotato di senso.

Cristina Bianchetti

Riferimenti

Belmessous, H.,  Mixité sociale, une imposture: retour sur un mythe français, Atalante, 2006.

Bourdieu P., La distinction,  Le éditions de minuit, Paris, 1979.

Donzelot J., Mongin O., “Quand la ville se défait. De la question sociale à la questione urbaine” in Esprit, n. 258, 1999

Donzelot J., La ville à trois vitesse, La Villette, Paris, 2009.

M. Lietaert, Le cohabit. Recostruisons des villages en ville, ed. Coleur, linen asbl, 2012.

 

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