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For a first reflection on cohousing

3 Coho

It is widely believed that cohousing was born in Denmark in 1972 and from there it spread to the rest of the industrialized world. Forms of collaborative living – to whom cohousing belongs – develop initially in Sweden in the second decade of the twentieth century as an evolution of the better-known examples of collective housing of the previous century.

Today, behind the meaning underlying prefix “co-”, are equated experiences in reality very different. Therefore, here we will analyze the main types of existing cohousings and the different ways of promoting these forms of housing. It will also be investigated the phenomenon of Italian cohousing that, for cultural roots and economic constraints, is developing in a peculiar way  compared to the most spread international models.

 

Per una prima riflessione sul fenomeno del cohousing

È opinione comune che il cohousing sia nato in Danimarca nel 1972 e da lì si sia diffuso nel resto del mondo industrializzato. Forme di abitare collaborative – nella cui categoria rientra anche il cohousing – si sviluppano inizialmente in Svezia a partire dal secondo decennio del XX secolo come evoluzione dei più celebri esempi di abitazioni collettive del secolo precedente. Oggi, dopo decenni di esperimenti e realizzazioni (e alcuni fallimenti) in molti paesi del mondo, è possibile riassumere i cohousing in tre modelli archetipi:

Danese

Indubbiamente il più diffuso, costituito da una serie di unità indipendenti distribuite sul lotto in due schemi tipo: quello organico, che asseconda la morfologia del terreno (Common House indipendente, solitamente al centro del complesso), oppure a “L” (con Common House in posizione di cerniera fra i due bracci), evitando il più possibile – in entrambi i casi – allineamenti di fronti e alti blocchi edificati. Gli alloggi sono uni/bifamiliari, su uno o due piani, e hanno come riferimento l’architettura vernacolare locale. Lo spazio fra gli edifici e quello al centro dell’area di pertinenza sono destinati ad accogliere varie attrezzature collettive (parchi giochi, barbecue, giardini, piscina ecc.) oppure la coltivazione orticola. L’idea dell’alloggio privato (e parzialmente personalizzato) rende questa soluzione tra le favorite dai residenti, soprattutto nel caso di comunità numerose. A causa della sua bassa densità insediativa, questa tipologia richiede lotti edificabili piuttosto estesi, più facilmente disponibili in zone rurali o periferiche, costringendo i residenti a un quotidiano pendolarismo tra residenza e città. Questa forma di cohousing – diffusissima negli USA – è la più frequentemente adottata dalle comunità intenzionali e dai loro più estesi derivati, gli ecovillaggi.

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Svedese

Un edificio, un singolo blocco più o meno esteso su più piani. Gli alloggi dei residenti (in questo caso notevolmente meno ampi che nel modello danese) sono collocati ai livelli superiori, lasciando il piano di ingresso e il primo alle funzioni collettive per favorire contatti con il vicinato e incontri occasionali fra residenti. Talvolta il complesso è dotato di un giardino, ma può essere sostituito o integrato da un tetto terrazza. Per la sua forma compatta, l’alta densità abitativa e il ridotto consumo di suolo, esso è la soluzione che meglio si adatta ai lotti urbani e, anche per questo, spesso è favorita dalle pubbliche amministrazioni. Per le stesse ragioni, questa tipologia costituisce un’opportunità di recupero di edifici dismessi o da ristrutturare. Inoltre, proprio la sua collocazione urbana facilita una maggiore integrazione della comunità con il resto del quartiere (talvolta coinvolto in attività condivise) e consente ai suoi residenti una migliore fruizione e offerta di servizi pubblici (trasporto, assistenza domiciliare, scuola ecc.).

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Olandese

Costituisce un caso intermedio fra il danese e lo svedese. Del primo assume l’ampia dimensione della comunità, la ridotta altezza degli edifici, l’autonomia della Common House, la distribuzione a padiglioni qui però raggruppati in più unità (cluster). Del secondo ripropone l’organizzazione dei singoli cluster che, a loro volta, costituiscono una microcomunità con servizi autonomi e regole di gestione personalizzate (ad esempio, è la “comunità” del singolo cluster che decide del subentro di un nuovo residente per avvicendamento).

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Una ulteriore modalità di aggregazione e analisi dei cohousing è quella basata sull’iniziativa promozionale per la creazione della comunità collaborativa: privata, pubblica, imprenditoriale.

Iniziativa privata: questo è il caso più diffuso in Europa. Un gruppo di persone si unisce con la finalità di creare un cohousing in cui vivere. Definite e condivise le caratteristiche gestionali e architettoniche che avrà la residenza, nella maggior parte dei casi si avvia successivamente un dialogo con l’amministrazione pubblica per la ricerca del sito o per ottenere agevolazioni economiche per la realizzazione del progetto.

 Iniziativa pubblica: l’amministrazione comunale (è il caso dell’esperienza bolognese) avvia un progetto di realizzazione di un cohousing nell’ottica della promozione dell’abitare sostenibile (sotto il profilo ambientale, economico, sociale), a prescindere da un’eventuale richiesta promossa dai privati cittadini. Anche in questa modalità è previsto il coinvolgimento dei futuri residenti in alcune fasi della progettazione del complesso.

Iniziativa di imprese immobiliari: in Italia è pressoché assente, rappresenta invece la modalità di promozione più diffusa negli Stati Uniti. Compagnie specializzate realizzano residenze collaborative, talvolta coinvolgendo fin dalle prime fasi della progettazione gruppi di persone che hanno manifestato la propria intenzione di vivere in comunità. In altre situazioni, invece, le imprese vendono complessi già realizzati e concepiti appositamente per lo sviluppo del cohousing, riducendo enormemente (o addirittura annullando) il contributo progettuale da parte dei futuri residenti.

 

Il cohusing italiano

A differenza dei modelli sopra descritti, le residenze cohousing italiane, sviluppatesi in tempi decisamente più recenti, sono il risultato di aggregazioni di tipi e modalità abitative parzialmente riscontrabili negli esempi internazionali, ma fortemente arricchite di nuove specificità: quello italiano è un ibrido dei modelli scandinavi rielaborati secondo nuove caratteristiche fisiche e di gestione: localizzazione, dimensione, orientamento ideologico, offerta di servizi, bisogni dell’utenza e composizione demografica dei residenti costituiscono gli elementi principali che concorrono a definirlo. Costruito prevalentemente in aree periurbane ed extraurbane, raramente il cohousing italiano ha fatto dell’integrazione con il tessuto delle città un suo obiettivo identitario e funzionale. Salvo i pochissimi casi di Milano e Torino e Bologna (se consideriamo il costituendo “per giovani” concepito dall’Amministrazione locale), il cohousing si sviluppa spesso in contesti ambientali naturali, talvolta suggestivi, perlopiù recuperando edifici agricoli dismessi dei quali si restaurano le strutture e si assimila in qualche modo la dimensione comunitaria. Partecipano alla vita collettiva solo poche famiglie (mediamente una decina), e un numero di individui che raramente raggiunge le 40 unità.

Un’idea di cohousing, questa, che sembra prediligere il modello danese della comunità, lontana dalla città, isolata, parzialmente autosufficiente, ma che al contempo fa della ridotta dimensione una caratteristica tutta nazionale, raramente riscontrata a livello mondiale se non nei paesi dove più recente è stato lo sviluppo di questa forma abitativa come Australia, Nuova Zelanda, Giappone ecc. La scelta insediativa isolata in edifici di grandi dimensioni, in appartamenti superiori per estensione alla media di mercato, ma con una superficie collettiva inferiore rispetto alla media scandinava, evidenzia la scelta del modello abitativo italiano, fortemente impregnato di ideologie ambientaliste e sociali che spesso si sovrappongono a quelle degli ecovillaggi.

Non a caso proliferano orti biologici, forme alternative di riscaldamento e di approvvigionamento energetico, scambio di competenze mediante banche del tempo, allevamento di animali ecc. Nello stereotipo abitativo del borgo, della comunità agricola e montana, della “domus solidale” in cui i residenti si prendono cura l’uno dell’altro, della micro società ideale, il cohouser italiano si dimostra attento ai bisogni collettivi in continua trasformazione di cui non trova sufficienti risposte nella società contemporanea e nelle sue più diffuse espressioni abitative. Per le stesse ragioni, mentre nei paesi scandinavi si predilige un’offerta di servizi, spazi e attrezzature disponibili ai singoli residenti nell’ambito della comunità, in Italia il cohousing è identificato come luogo in cui “ci si prende cura” dell’altro, talvolta anche all’esterno dello stretto contesto residenziale realizzato (sfalcio di prati comunali limitrofi, locali per persone in temporanea difficoltà non facenti parte della comunità, micronidi ecc.) ma che mantiene una certa distanza dal gruppo inteso sempre come insieme di famiglie autonome.

Nel solco della tradizione immobiliare italiana, anche i cohousing prediligono la proprietà piuttosto che l’affitto (quest’ultima non raggiunge il 10% delle soluzioni adottate), il che estende temporalmente la prospettiva di vita della comunità dei residenti ma, al contempo, costituisce una “discriminante” rispetto ai possibili acquirenti e una richiesta di maggiore investimento di identità e di ruolo da parte del gruppo fondativo della comunità. L’impianto che ne deriva è quello di un “condominio” ben attrezzato, in cui i residenti condividono alcune esperienze collettive (poche) e alcuni spazi nei quali vivere attività (sporadiche) legate alla vita comunitaria che, per molti versi, pare guardare al modello statunitense di “facility house”, tutto l’opposto dell’idea di condivisione di sé e degli ambienti comuni tipico invece dei cohousing scandinavi.

In questo quadro ibrido va letta anche la composizione demografica dei residenti che sembra differenziarsi fortemente dall’immagine “elitaria” dei primi cohousing svedesi e danesi, scelti da individui caratterizzati da un alto livello di studio e un’importante attività professionale. Spesso motivato dal “bisogno di casa” (dunque il gruppo come primordiale forma di difesa rispetto a una difficoltà – in questo caso quella di affrontare il libero mercato – talvolta insormontabile per il singolo individuo) e dal desiderio di “rendersi utile”, il cohouser italiano è mediamente giovane, spesso membro di una famiglia con figli, è di estrazione sociale medio bassa, e rappresentato per il 60% da impiegati, artigiani, insegnanti e operatori sociali.

 

Matrici culturali

Dall’analisi del fenomeno “cohousing italiano”, confrontando dati e specificità degli esempi finora realizzati, risulta evidente la matrice cattolica di questa forma abitativa, che si manifesta attraverso l’impegno collettivo (katholikos = universale) rispetto ai problemi della comunità estesa (quindi anche all’esterno del cohousing), siano essi sociali, economici o ambientali. Al contrario, l’esempio scandinavo risente maggiormente di un modello culturale luterano, che mette al centro il singolo individuo all’interno di una comunità da lui pre-scelta, concepita e strutturata in regole pre-definite per dare risposte concrete a problemi di vita quotidiana dei residenti. Mentre il cohousing italiano nasce in genere dalla idea di comunità intesa come possibile risposta al disagio sociale, anche esterno alla propria casa, quello scandinavo nasce dalla necessità di gestire il tempo e le relazioni in modo nuovo, condividendo disponibilità e impegni, per consentire al singolo individuo una migliore organizzazione della propria vita.

A titolo esemplificativo, in Italia si osserva una dimensione molto ridotta (talvolta perfino assente) della cucina condivisa, fulcro invece delle attività del cohousing scandinavo dove la cena, consumata insieme regolarmente nell’arco della settimana, rappresenta una risposta concreta per sostenere chi lavora e/o ha figli da accudire. In Italia non pare essere centrale l’aiuto nella gestione della vita quotidiana dei residenti attraverso regole e funzioni condivise in modo sistematico: le risposte concrete si riscontrano nel filone della solidarietà e del rapporto di buon vicinato, ma rimangono interventi occasionali ed estemporanei.

Si è potuto inoltre riscontrare che questa connotazione culturale e sociale porta con sé un impegno per i futuri residenti che non sempre si concilia con quello gravoso di creare un nuovo modo di abitare con nuovi vicini. Infatti, i pochi esempi scandinavi di cohousing caratterizzati da una forte impronta ideologica, nati solo qualche decennio fa, sono già falliti e per questo non più riproposti. L’idea – tutta italiana – di un cohousing che sia “social” potrebbe essere anche il motivo per cui spesso il cohousing fatica a decollare e a trovare una propria identità nel nostro paese, diviso tra necessità abitative, desiderio di condivisione e vocazione universale.

Silvia Calastri e Jacopo Gresleri

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One Comment Post a comment
  1. Posso solo dire con sollievo che ho trovato qualcuno che sa realmente di cosa sta parlando! Lei sicuramente sa come portare un problema alla luce e renderlo importante. Altre persone hanno bisogno di leggere questo e capire questo lato della storia.

    May 13, 2013

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