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Another way of owning/Un altro modo di possedere, Paolo Grossi, 1977

Paolo Grossi, Un altro modo di possedere. L’emersione di forme alternative di proprietà alla coscienza giuridica postunitaria, Giuffré editore, Milano, 1977

Un altro modo di possedere is the title of a book by Paolo Grossi, written in the 1977.  The title is a quote from a report by Carlo Cattaneo. The topic of this book is a dispute between the individual owernship and the collective one in ‘800. It helps to carefully observe the link between collective owernship and morality that presents many difficulties in the contemporary debate about shared territories

La condivisione che questa ricerca osserva (rintracciandone le forme in modi diversi dell’abitare, del produrre  servizi, del fare impresa) insiste su una presunta moralità connessa al “fare insieme”. I casi presentati in questo blog rappresentano un buon campo di osservazione. A volte la moralità è messa in relazione ad un diverso modo di essere cittadini. Spesso si esprime come rinuncia alla proprietà individuale.

Su questo punto si apre una riflessione più ampia. Poiché sciogliere moralità e proprietà individuale significa ribaltare una tradizione importante che si sviluppa lungo tutto il XIX secolo legando strettamente moralità e proprietà del singolo. Le radici sono più lontane ancora. Ma nell’800 che realizza l’ascesa della borghesia, l’individualismo possessivo assume una indubbia e riconosciuta centralità. Già con Proudhon, nel Traité du domaine de proprieté della metà degli anni 30 del secolo, il proprietario è soggetto diverso dal non proprietario, è «moins turbulent», perché «la propriété porte l’homme à la conservation de son bien». Ed è «Sous l’égide du droit dé propriété que repose la tranquillità de touts». Posizioni che avranno modo di essere riprese numerosissime volte: divenute vessillo di rivendicazioni e politiche orientate all’acquisizione del consenso. Nelle parole di Proudhon il proprietario è una personalità più completa, un cittadino su cui il potere può contare. E la proprietà è più che il possesso di un bene: è il principio di un assetto sociale. Fustel de Coulanges, non a caso così amato dagli urbanisti della prima metà del 900, si farà paladino di questa posizione, di cui la posta in gioco è l’indiscutibilità della proprietà individuale.

Paolo Grossi, in un libro di molti anni fa, richiama queste posizioni per dirci che l’800 non è stato unicamente la scena della loro affermazione. Lungo il suo corso si è data una «disputa» in larga parte oggi dimenticata. Quella tra fautori della proprietà individuale e fautori della proprietà collettiva. Una disputa che avviene in un secolo nel quale l’allargarsi del mondo si mescola con un positivismo che moltiplica inchieste, studi, comparazioni. Inchieste come quella celebre inglese del 1844 sulla chiusura degli open fields, o quella agraria, in Italia, coordinata da Stefano Jacini. Sullo sfondo della centralità via via acquisita dalla questione sociale. Grossi non guarda alle posizioni “rivoluzionarie”. Non si occupa di Fourier, di Marx o di Engels. Ma del modo in cui, entro il dibattito giuridico si cerca di relativizzare il concetto di proprietà, di scioglierlo da una presupposta moralità che ne definisce la primazia. Indagare le forme della Marke tedesca, regno della proprietà indivisa della comunità o dei Mir slavi, comunità di villaggio, permette ai protagonisti di quella disputa (primo fra altri Henri Maine) di ricostruire una varietà di posizioni che meglio corrisponde all’apertura del mondo che connota l’800. E permette di fare chiarezza su un concetto ambiguo come quello di proprietà collettiva. Non rivendicazione di una collettivizzazione rivoluzionaria, ma, più semplicemente, “altro modo di possedere”, al di là dell’appropriazione individualistica. Così come nella citazione di Carlo Cattaneo dalla quale è ripreso il bel titolo del libro e riportata in esergo: «questi non sono abuso, non sono privilegi, non sono usurpazioni: è un altro modo di possedere, un’altra legislazione, un altro ordine sociale, che, inosservato, discese da remotissimi secoli fino a noi» (così Cattaneo a proposito degli assetti fondiari collettivi in Sulla bonificazione del piano di Megadino, in Scritti economici, Firenze, 1956).

Cosa si impara dal lontano libro di Paolo Grossi che tratta di una disputa ancor più lontana? Sostanzialmente due cose. La prima è che la posta in gioco di quella disputa è ancora molto presente e ha a che fare con lo slittamento da un’idea di proprietà tutta compresa nel dominio dell’appartenenza (di un bene a un soggetto), proprio della cultura romanica, ad un’idea quasi fuzionalista di proprietà, che mette al centro le ragioni, gli usi. La seconda, ancor più rilevante, è che proprietà privata e proprietà collettiva non sono simboli di ideologie contrapposte. Ma condizioni suscettibili di una pluralità di forme e modi. Non possono essere loro attribuite in modo semplicistico  moralità o conformità a qualche valore. Come ancora si tende a fare in modo troppo sbrigativo, rivendicando la superiore moralità di un “fare insieme” che non a caso dà per scontato proprietà non individuali.

 Cristina Banchetti

 

[ringrazio Teresa Lapis per avermi indicato lo studio di Paolo Grossi]

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