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Stura: a shared space?

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This thesis investigates the Stura’s river basin in Turin’s stretch between Basse di Stura and the Confluence. The representation of this part of the territory is formulated through three images able to problematize a future project proposal: 1. The Stura as an environmental infrastructure, as interpreted by the recent planning guidance; 2. The Stura as the limit of the city, beyond which, during the twentieth century, a series of circumscribed places have been located, as sort of satellites (a manufacturing district, a large landfill, the Falchera neighborhood, the Iveco’s industrial district); 3. The Stura as a shared space, a place where people use to meet to spend time together, sharing repeated and occasional activities, ritual and informal, intermittent and normed.

Stura: uno spazio della condivisione?

La tesi indaga il bacino fluviale della Stura nel tratto torinese compreso tra Basse di Stura e la Confluenza. La restituzione del territorio oggetto di studio si costruisce a partire da tre immagini capaci di problematizzare una successiva ipotesi progettuale:

1.     La Stura come infrastruttura ambientale, così come interpretata dalla recente pianificazione;

2.     La Stura come limite della città, oltre il quale, durante il corso del novecento, si è posizionata una serie di interventi circoscritti e connotati, come dei satelliti (un fitto distretto produttivo a n/o, una grande discarica, il quartiere di Falchera, l’Iveco);

3.     La Stura come spazio della condivisione, dove ci si incontra, si trascorre tempo assieme, si condividono pratiche, ripetute e occasionali, rituali e informali, normate e intermittenti;

Tre immagini:

1. La Stura come infrastruttura

L’idea che il territorio della Stura sia in primo luogo un’infrastruttura ecologica, un corridoio verde, un parco fluviale, un grande bacino di naturalità, guida da anni le ragioni del piano. Ciò che avviene lungo il corso del fiume ed all’interno del suo bacino è orientato da questo principio. Aree di bonifica, ridefinizione degli argini e del bacino fluviale, decontaminazione delle acque, ricomposizione paesaggistica, reintegrazione di specie autoctone, ecc. Strumenti vigenti di regolazione e cartografia orientata a descrivere la geografia fisica del territorio fluviale (sponde, canalizzazioni, regimentazione, flussi, coltivazioni che dipendono dal fiume…), arrivano a definire una mappa sintetica della Stura quale infrastruttura ambientale.

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2. La Stura come limite

La Stura come zona liminare oltre la quale la città ha indirizzato, nel corso del Novecento, un’espansione satellitare, una serie di nuclei collocati a una distanza più o meno ravvicinata alla Stura e alla città, orienta una seconda immagine. Dei “sassi”, come lanciati al di là del fiume che oggi si stanno poco a poco erodendo, dando luogo ad un parziale fenomeno di shrinking (riguardante in modo particolare i distretti della produzione). Entro questa rappresentazione, l’”oltre” può essere letto come un territorio più aperto e flessibile, dove si sono potuti sperimentare nuovi modi di abitare (Falchera) e produrre (Iveco, il distretto produttivo a n/o), smaltire (la discarica di Basse di Stura). Questi satelliti sono connessi con la città e dipendenti da essa. La Stura è stato il limite oltre il quale questa apertura è stata possibile. Una mappa sintetica restituisce questa imagine (mettendo in evidenza una cronologia delle espansioni e le loro connessioni infrastrutturali e funzionali). Si raccolgono qui documenti eterogenei. Ma ancor più si mette in evidenza il fatto che i “satelliti” non sono più il centro di un’espansione, piuttosto stanno cambiando erodendosi, congelandosi, ecc. Si tratta di mettere a fuoco queste modalità di cambiamento attraverso l’osservazione dei quattro principali satelliti: 1. Un fitto distretto produttivo a n/o; 2. Una discarica; 3. Falchera; 4. Iveco. I quattro satelliti sono in trasformazione attraverso differenti modalità: 1. Corrosione; 2. Riciclo; 3. Patrimonializzazione; 4. Sostituzione (di pezzi importantidel tessuto industriale).

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3. La Stura come spazio della condivisione

L’immagine del limite e dell’infrastruttura stridono, per lo meno in parte, con un’altra immagine della Stura. Quella che si osserva guardando il modo in cui è essa abitata. L’ambito del fiume diviene qui uno spazio denso di compresenze, crocevia di appartenenze (FMPQ, ma non solo…), un intreccio di luoghi più o meno nascosti, raggiungibili, segreti, dove ci si incontra, si trascorre tempo assieme, si condividono pratiche, ripetute e occasionali, rituali e informali, normate e intermittenti. Questo pullulare di attività è rilevabile in corrispondenza di una graduale dissolvenza del tessuto urbano consolidato a sud. Ed persiste su suoli mobili, morbidi, naturali e artificiali. Queste pratiche, dell’incontro, della condivisione, come dell’occupazione abusiva, dipendono, in modo ogni volta diverso, dal fiume. Il fenomeno fa sì che la Stura risulti per molti aspetti estranea ad un razionale sistema di regole di utilizzo dei suoli. Una terza mappa restituisce questa imagine con in evidenza almeno tre forme dell’abitare lungo la Stura: 1. Accampamenti rom; 2. Orti; 3. Pratiche dell’incontro (parchi, spiagge, sottopassi…).

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orti

rom

Una parte della tesi esplora le tre diverse immagini prodotte, nell’ipotesi che non siano convergenti. Metterle in discussione non vuol dire però abbandonarle: non vuol dire rinunciare al valore ambientale (e strutturante il funzionamento del territorio) della Stura quale infrastruttura ecologica; non vuol dire rinunciare ad osservare le importanti trasformazioni in corso (di ciò che la Stura ha indicato come “oltre”); tanto meno rinunciare a considerare la dimensione sociale di questa parte di territorio (che è caratterizzata da particolari e ricche forme di condivisione, abitare, incontrarsi, coltivare…). Le tre immagini costruiscono il problema ponendo la domanda di tesi: la Stura quale spazio della condivisione (quale infrastruttura sociale) come fa i conti con le altre due immagini? Resta un serbatoio di pratiche più o meno normate e nascoste che, abusivamente o meno stanno sul fiume (orientando al massimo un progetto di messa a punto di attrezzature puntuali…)? Oppure è possibile immaginare un progetto che, lavorando (anche) sul fiume, fa i conti (anche) con la città, ed in particolare con ciò che sta avvenendo sopra (corrosione, riciclo, patrimonializzazione, sostituzione)? Si possono provare ad elaborare alcune riflessioni. Ad esempio, cosa vuol dire immaginare la Stura come il supporto di un tessuto associativo fitto (ma anche di spazi per l’incontro più o meno ripetuto e stanziale) capace di fare della propria condizione “fragile” e “marginale” una ricchezza. Potrebbe trattarsi di agire, in maniera puntuale, per parti, per luoghi, evitando un intervento “spalmato”, attraverso interventi capaci di strutturare una sorta di nuova micro-armatura territoriale. Ciò non esclude l’inserimento di attrezzature più robuste, appoggiate alla città consolidata ed aperte a nord. Si tratterebbe così di dare rappresentazione ad un’urbanità complessa che non liquidi la Stura entro la rappresentazione di un limite urbano (come è stato in passato), entro un corridoio ecologico (come da piano), tanto meno entro un tradizionale spazio pubblico costellato di piazze e parchi che da sud tengono relazioni con i satelliti in trasformazione a nord.

Quirino Spinelli, 25 gennaio 2013

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