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Micro Marché, dispositivi per fare città a Bruxelles

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Alla fine degli anni ’90  si assiste ad un forte spopolamento del centro storico di Bruxelles, molti residenti appartenenti al ceto medio-alto (i cosiddetti “colletti bianchi”) prendono casa nei sobborghi periurbani, stimolati da un ribasso dei tassi del mercato immobiliare e dalla diminuzione dei prezzi degli alloggi fuori città. Parallelamente nel centro urbano si assiste ad un lento deperire di immobili, che rimasti vuoti, sono spesso vandalizzati o occupati abusivamente e ad una progressiva scomparsa di servizi alla persona e spazi di aggregazione sociale e culturale.

In questo contesto tra il 2000 e 2010 la Municipalità di Bruxelles ha incoraggiato la sperimentazione di politiche di riuso temporaneo di immobili sfitti o abbandonati, rendendo più agevoli gli accordi tra proprietari privati ed associazioni socio-culturali per attivare pratiche e progetti di riuso di palazzine, piccole fabbriche e spazi commerciali quali atelier e centri culturali, spazi per l’autoproduzione artigianale, ristoranti multietnici ed asili autogestiti, spazi per performance, bains connectif (bagni pubblici per dibattiti), cinema e laboratori multimediali, sale prove per hip-hop, sedi di associazioni per l’integrazione multiculturale, infopoint di quartiere e per turismo low-cost.

L’associazione Citymine(d), grazie al programma PRECARE, ha attivato tra il 2000 e il 2010 circa 11 progetti di riuso temporaneo di spazi in abbandono nei quartieri centrali di Jeux des Balles, famoso per il mercatino delle pulci e oggi per nuovi atelier di modernariato, restauro e design, a Porte de Namour, il quartiere africano, o ancora nella Citè Administrative, nel quartiere di Ste Catherine, in Rue Royale proprio accanto a Palazzo Reale. In tal modo si è sperimentato un nuovo modo di fare città (Cellamare, 2008) e sono stati restituiti alla comunità spazi di lavoro e produzione culturale, spazi per lo scambio di saperi tra associazioni e artisti, artigiani e comunità locale, nuove microeconomie legate alla produzione culturale, artigianale, alimentare in quartieri degradati, come pure il recupero, la valorizzazione e l’integrazione tra antichi mestieri e nuove culture underground.

Dispositivi per la contaminazione, la comunicazione, la coabitazione

Un tessuto abitativo denso con palazzi primi ottocento, ex opifici e magazzini commerciali caratterizzano il quartiere centrale di Ste Catherine, dominato dalla chiesa Begijnhof, interrotto da grandi enclave di proprietà ecclesiastica, solcato da una larga Avenue giardino. Un processo di riuso e sostituzione edilizia, con esempi di tipologie architettoniche ibride, rende Ste Catherine un laboratorio urbano, che attrae oggi nuove popolazioni e progetti di condivisione abitativa, di spazi di lavoro e di autogestione di servizi alla cittadinanza.

Un esempio è Micro Marché, in Quai à la Houille 9, un’ex officina cristalleria di circa 900 mq dei primi ottocento, composto da un edificio a due piani a C con corte vetrata e coperta e una stecca industriale a doppia altezza a chiudere il lotto. Da circa cinque anni quattro organizzazioni no-profit riunite nell’associazione Urban Product hanno suddiviso e riorganizzato l’edificio preindustriale, ed utilizzano il cortile come spazio di condivisione. USE-IT ufficio per il turismo giovanile è collocato sul fronte strada, il café bar dei viaggiatori ViaVia sul lato sinistro del cortile, Micro Marchè un mercatino cooperativo, un network di microatelier di undici giovani creativi di design, moda critica, gioiello aperti ogni fine settimana nella stecca longitudinale al fondo del cortile e l’Agenzia di Formazione socio culturale Vormingplus CITIZENNE sul lato destro del cortile. L’unione di diverse realtà fa dell’ex cristalleria un centro culturale molto frequentato e il cortile ne diviene il cuore dell’arte di stare insieme (Sennet, 2012), il fulcro di incontri, dibattiti, concerti, mostre, piazza aperta all’ascolto e piattaforma per la nascita di collaborazioni.

La comunicazione delle realtà e delle attività ha carattere sia formale, come le targhe in alluminio e plexiglass sul fronte di ingresso, che informale, con le attività e gli orari disegnati su lavagne o piccoli murales nel cortile e nelle sale interne. Gli spazi degli uffici, bar, atelier sono separati ma si contaminano ed estendono l’uno nell’altro, come un angolo di atelier pittorico dentro al bar, l’infopoint del turismo che si affaccia sul cortile. Una contaminazione non solo tra spazi, ma di popolazioni come turisti, artisti, venditori, shoppers, impiegati, volontari, abitanti.. Spazi e volumi di circa cento metri quadrati ciascuno sono ben studiati con poesia ed efficienza (Mari, 1999), con dispositivi e infrastrutture per la flessibilità. Come le pareti attrezzate che contengono micro atelier e che si aprono ogni fine settimana al pubblico per micro marché, i tavoli comuni a scomparsa per laboratori e workshop, la saletta polifunzionale per attività a rotazione.

Dispositivi per nuove microeconomie locali

(…) Voglio ampliare il materialismo culturale per includere le sensazioni e gli enigmi suscitati da cose materiali stesse, vorrei comprendere i modi in cui il pensiero astratto e la fede si sviluppano attraverso la pratica e l’attività pratica, voglio esplorare le forme di comportamento sociale che emergono dalla comune esperienza fisica (Sennet, 2008) E’ forse questa la terza rivoluzione industriale e artigianale? Si assiste sempre più a nuove formule di piccole catene di montaggio e micro linee di produzione artigianale. Pare che sia l’ultima nuova tendenza, una creatività autarchica che dal prodotto si estende sino al processo. Sono chiamati makers, i nuovi artigiani, che formatisi nelle accademie e politecnici di tutto il mondo, tornano a piallare legno o progettano in prototipazione rapida, con la caratteristica di progettare handmade e open source.

Il fenomeno è in ascesa e nascono nuovi progetti di condivisione di spazi e saperi un po’ in tutta Europa. Un esempio ne è Micromarchè a Bruxelles, con la presenza di 11 atelier di artigiani e spazi e tempi in condivisione, un altro è C Fabriek ad Eindhoven, un nuovo modi di pensare un modello di fabbrica, fatta di linee di produzione DIY, autarchiche, partecipate, con le mani e il computer al lavoro, che riunisce oltre 25 talenti di design olandese. A Londra i partecipanti dei FABLab si riuniscono nel mercatino settimanale Design Makers, con corsi e workshop per scambiare prototipi open source. Un esempio italiano ne è Made in Mage, progetto di riuso temporaneo degli ex Magazzini Generali Falck a Sesto San Giovanni, che da spazio in circa 1.500 mq a 15 atelier di moda critica, design del riciclo e autoproduzioni. Qui lo scorso Novembre 2012 si è tenuto il seminario “Dalla fabbrica alle fabbriche” durante il quale i temi del progettare collaborativo, della cultura maker, della nuova manifattura e dell’artigianato digitale sono stati gli argomenti principali discussi  insieme ad esperti di FABlab quali  Massimo Banzi, l’inventore del microprocessore Arduino di Ivrea.

L’obiettivo è oggi aprire un dibattito tra imprese, cittadini e amministrazioni locali sulle opportunità che questi scenari stanno dischiudendo. Diversi osservatori vedono nella rapida diffusione di tecnologie di produzione rapida per l’uso personale il primo segnale di ‘una nuova rivoluzione industriale’, che riporterà il lavoro e la manifattura al centro delle economie avanzate. Questi progetti di condivisione di spazi e di saperi sembrerebbero quindi riconducibili ad una più ampia geografia dei processi produttivi, ma forse, come direbbe il sociologo Richard Sennet sono anche il modo in cui l’HOMO FABER può esplorare nuovi modi di fare cultura, città e società.

Bibliografia:

V. Ciuffi, KruxAmsterdam, in Abitare 523, giugno 2012

I. Inti, Priemstraat 19. Centro per atelier e associazioni, Bruxelles, in Territorio 56, ed. F. Angeli 2010

S. Legrenzi, Fabrica 2.0, in Undo.net, Dicembre 2012

C. Rinaldi, Re-make with love,  in Wired, Novembre 2012

R. Sennett, The Craftsman, Allen Lane 2008

R. Sennett, Together: The Rituals, Pleasures, and Politics of Cooperation, Yale 2012

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Isabella Inti (Progetto grafico: Matteo Persichino, www.temporiuso.org)

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