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Laura Pennacchi, Filosofia dei beni comuni. Crisi e primato della sfera pubblica, Donzelli, 2012

Laura Pennacchi, Filosofia dei beni comuni. Crisi e primato della sfera pubblica, Donzelli editore, 2012.

The debate around Commons continues to develop acquiring new different positions. As Laura Pennacchi writes in her book Filosofia dei beni comuni, to save a rich meaning of the original idea of Commons, it is necessary to re-enact the cognitive and normative Enlightenment’s audacity. This position is a good starting point to discuss a discourse that wants to escape the many simplifications accompanying the notion of Commons. In this sense it is effective to take, as polemical target (not even too hidden), the “mystique of Commons” which makes them feel good for any occasion, self-sufficient, able to respond to any problem.

Laura Pennacchi, Filosofia dei beni comuni. Crisi e primato della sfera pubblica, Donzelli, 2012

La riflessione attorno ai beni comuni continua a svilupparsi, dotandosi di posizioni diverse. Per salvare una accezione ricca dell’idea di bene comune è necessario, scrive Laura Pennacchi nel libro Filosofia dei beni comuni, riattualizzare l’audacia cognitiva e normativa di cui l’Illuminismo ha dato prova. L’affermazione è un buon punto di partenza per commentare  un discorso che vuole sfuggire le tante semplificazioni che accompagnano la nozione di bene comune, assumendo,  come bersaglio polemico (neanche poi tanto mascherato), quella vera e propria «mistica dei beni comuni» che li fa ritenere buoni per ogni occasione, autosufficienti, capaci di rispondere ad ogni problema.

C’è dunque una doppia posizione nel discorso di Laura Pennacchi: da un lato la diffidenza rispetto ad un’idea dilagante e generica di comune come di qualcosa che abbraccia e assorbe ogni cosa, dall’altra una rivalutazione di una tradizione del pensiero illuminista laterale e un po’ sottovalutata, quella che si costruisce sulle nozioni di empatia, simpatia, sentimento. Per intendersi, quella di  Hume, Smith, Condorcet, Wollstonecraft. Le due posizioni si intrecciano e si sostengono nello sviluppo del suo discorso.

Innanzitutto la critica al carattere debordante della nozione di bene comune. La critica non porta ad abbandonare la nozione o ad isolarla, al contrario. La ricostruisce nei legami con le nozioni di privato e di pubblico. E’ solo dalla triangolazione tra privato, pubblico e comune che si può incominciare ad immaginare un modello di sviluppo diverso. Diverso da quello che il neo-liberismo ha introdotto, provocando una crisi talmente radicale da far pensare ad una nuova Grande Trasformazione del tipo di quella studiata da Karl Polanyi. Cioè a una condizione strutturale e radicale, della quale non si può pensare che venga risolta dal mercato. L’uscita dalle difficoltà in cui il neo-liberismo ci ha posto è un esito eventuale di un’azione sociale mediata dalle istituzioni. Qui torna, con il valore centrale della mediazione istituzionale, il richiamo ad una sfera pubblica che Pennacchi intende in senso arendtiano. Poiché per Hanna Arendt la sfera pubblica è interazione tra una pluralità di soggetti che ricorre ad una mediazione istituzionale necessaria ad evitare che si ricada nella immediatezza della società civile (il “tavolo” tra noi, che ci impedisce di caderci addosso).

L’intero libro può essere letto come una discussione attorno alle nozioni che possono aiutare a radicare la triangolazione  privato, pubblico, comune. Quella di individuo innanzitutto. «Esplorare la tensione fra le diverse concezioni dell’individuo appare – per l’autrice – più illuminante e fecondo che non immaginare ritorni all’indietro all’olismo, all’organicismo, al comunitarismo» [p.27].  All’individualismo economico, con le sue semplificazioni, fa riscontro l’individualismo democratico con la sua capacità di mettere in gioco diritti, interessi, passioni, nella declinazione hirschmaniana. E, ancora, come nel modello aristotelico, la capacità di mettere in gioco un’individualità intrinsecamente socievole.  Attorno alle nozioni di individualità, razionalità, socialità, responsabilità, cura, giustizia è ricostruita la prospettiva cognitiva e politica che il libro propone.

La messa in campo di queste diverse nozioni utilizza il secondo terreno sopra richiamato. Ovvero lo scavo entro la tradizione dell’Illuminismo. Nell’ipotesi che proprio in virtù del suo carattere non omogeneo e non indifferenziato, ma straordinariamente ricco e complesso, esso si offra ad una ricerca di categorie, schemi, strumenti interpretativi idonei a trattare la materia dei beni comuni. In altri termini, che permetta di ritrovare basi analitiche forti e rigorose.

Si può concordare o dissentire con la fiducia che Pennacchi pone in quel magma ricco e complesso che è il pensiero moderno. Nella sua capacità di consegnarci basi robuste per il nostro presente. Così come con i suoi bersagli polemici e con la fiducia in una sfera pubblica restaurata, capace di rivendicare un nuovo «primato». Ma il suo discorso rimane di grande interesse e muove considerazioni specifiche utili per un ragionamento sulle forme e i modi della condivisione contemporanea. Ad esempio laddove, citando Ota de Leonardis, riconosce una vera e propria sindrome legata al «fascino dell’immediatezza delle relazioni personali, della prossimità, della comunicazione faccia-a-faccia, del fai-da-te della società civile». Una sindrome che «cela, in realtà, una “voglia di sbarazzarsi” di ogni costrutto artificiale – che per contro caratterizza continuativamente la modernità – e di ogni elemento di interposizione e di mediazione proprio delle istituzioni moderne, prime fra tutte il Diritto e il welfare» [p. 113]. Mettendoci in guardia nei confronti di facili uscite sull’immediatezza della società civile: mistica altrettanto robusta di quella dei beni comuni.

Cristina Bianchetti

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