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Olinda, Milan. Producing urbanity through a social entreprise

To produce a square through a collective entreprise, ensuring an individual income through collective work. This is one of the metaphors which effectively expresses the philosophy guiding the action of Olinda, a non profit cooperative located within the borders of the former psychiatric hospital in Milan. In 16 years of intensive work, Olinda has developed a whole set of activities and services, redeveloping some of the pavillons of the former asylum. The challenge is to produce urbanity while being located in a highly stigmatized place in the periphery of the city. Moreover, the challenge is to do it through a  business activity which is meanwhile providing jobs for disadvataged people (as the core mission of a social enterprise is). The production of urbanity and the spatial forms of sharing are here based on the complexity and intertwining of a variety of actors and uses. Olinda’s main aim is not the care for the local context, but rather the development of longer and stronger networks, the development of high quality initiatives and services which shall (and must) attract a large public. The different elements of the local system of services that Olinda provides are supporting each other. Who comes for eating at the slow food restaurant also attends the events at the theatre, who goes for a theatre event may sleep in the hostel, who does not know where to go, finds something to eat, a bed to sleep and something to do. The sinergies produced allow economies of scale, create ties and feelings of belonging, support the production of positive narratives that can orientate and develop a texture in which individual paths, social ties and sense of places can be redefined.

Olinda, fare città attraverso l’impresa sociale

Costruire una piazza attraverso una intrapresa collettiva con profitto collettivo. Questa è una delle metafore che ben rappresentano la filosofia che orienta l’azione di Olinda, una cooperativa non profit che ha sede all’interno del recinto dell’ex ospedale psichiatrico di Milano e che in sedici anni di attività ha sviluppato un sistema di servizi trasformando alcuni padiglioni dell’ex manicomio. Un teatro che gode di fama crescente, un ristorante slow food ed un ostello sono gestiti impiegando per il 50% personale svantaggiato in progetti di economia ed inclusione sociale. Il grande parco alberato è sede di un festival che in estate rappresenta uno degli eventi di punta della città. Gli orti, che nel manicomio erano parte del ciclo di attività circolari e concluse che si svolgevano entro le mura e al servizio degli internati, sono oggi luogo dell’attività di un’associazione che coinvolge, nella coltivazione di aromi e di un numero crescente di orti comunitari, gli abitanti dei quartieri circostanti.

      

Olinda, riprendendo una delle città invisibili di Calvino, è città che cresce senza produrre periferia. La sfida qui è quella di produrre città collocandosi in una lontana periferia e di farlo attraverso una intrapresa collettiva che assume in modo radicale il senso dell’impresa sociale: favorire e supportare l’inclusione sociale e lavorativa attraverso un sistema delle opportunità nel quale applicare le proprie capacità e al contempo muoversi sul mercato delle imprese, per sua natura competitivo e tendenzialmente esclusivo.

Nel tempo i progetti avviati hanno configurato un sistema di servizi che coinvolgono insieme fruitori sociali (utenti) e un vasto pubblico di cittadini, non solo milanesi. Con l’obiettivo di mantenere un equilibrio produttivo tra collaborazione e competitività, di compensare i limiti dell’impresa (la sua natura esclusiva) e la rigidità del sociale (il suo eccesso burocratizzato), di coniugare pratiche di accoglienza competitive con pratiche di inclusione sociale. Il richiamo esplicito alla produzione di nuova urbanità e le forme spaziali della condivisione che Olinda promuove si giocano sulla complessità e sulle interdipendenze che si generano tra una varietà di soggetti e di usi e sull’eventualità che questo produca nuove forme di sociabilità. Una prospettiva auspicata, futuribile, sospesa, mai predeterminata e consegnata a pratiche combinano capacità di progetto e di improvvisazione.

Al centro dunque, non le relazioni con il locale e l’immediato contesto, ma la prospettiva di tessere reti lunghe, di produrre attrattività attraverso la qualità di un’offerta intende rivolgersi a (e che necessita di) un pubblico più vasto. I vari settori del sistema si supportano reciprocamente. Chi viene a mangiare va anche a teatro, chi va a teatro dorme anche in ostello, chi non sa dove andare trova da mangiare, da dormire e da fare. Sinergie che permettono di fare economie di scala, di creare forti legami di appartenenza, di dare forma a narrazioni positive che orientano e costruiscono una trama in cui si ridefiniscono traiettorie individuali, legami sociali e senso dei luoghi.

Massimo Bricocoli

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