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La Confluenza, Turin. A disputed territory

The Stura di Lanzo is a river that flows into the Po in Turin, in proximity of an old, devastated, celebrated park. The juxtposition of many contrasting aspects (the park, fossils of infrastructures, nomad settlements, agricultural spaces, wastelands, natural spaces, industrial activities and a dense network of paths) defines this territory as a borderland that is difficult to abscribe to specific functions and definitions. Well settled situations and absence of rules coexist, as well as monumentality and impermeability. It’s a territory that has been inquired and designed a lot, but it is primarily a disputed territory between legal and illegal shared practices, different ideologies, acquired, claimed and lost rights. There is a little of individual in this place. On the contrary, there is a clear play between the structural elements of the land and the practical dimension of the sociability. In this sense, it is an urban territory that should be imagined through the use of contrasting epistemologies. It’s the opposite of the discourse on natural dynamics and their rationalities.

La Confluenza, Torino. Un territorio conteso

La Stura di Lanzo è un fiume di 68 km con un ampio bacino idrografico di 836 km2 e un regime torrentizio segnato da serie variazioni di portata. A Torino confluisce nel Po nei pressi di un antico, devastato, ricostruito e celebrato parco urbano. Terra di confine, scrive Luca Restello, difficile da ricondurre a principi di appartenenza, da riportare a funzioni e definizioni. Molto indagata e progettata. Catalizza attenzioni istituzionali e associative  anche in virtù dei suoi caratteri estremi, propri di una parte di territorio di grande articolazione, nella quale convivono situazioni ordinate e assenza di regole, una certa monumentalità e un’impermeabilità a linguaggi istituzionali sorprendente  in un territorio raccontato come un parco.

La Confluenza è dunque un territorio conteso tra forme di condivisione legate a pratiche legali e illegali, palesi e nascoste. Conteso tra ideologie differenti. Diritti acquisiti, rivendicati, persi attorno a coltivazioni private, istituzionali o abusive; insediamenti nomadi; spazi aperti di tipo agricolo, dismessi, a parco; attività produttive; reti stratificate e più o meno definite, del muoversi. Nel suo essere conteso e nella densità di pratiche di opposta matrice, questo territorio dichiara innanzitutto una connotazione urbana: è espressione della città, prima che della natura, con buona pace di tante retoriche ambientaliste.

I lavori degli studenti della d.u. Plein Air del 2011, riportati anche in questo blog, permettono di formulare alcune osservazioni su questa contesa, mettendo in luce due piani contraddittori e non esclusivi.

Innanzitutto la ricostruzione di “immediatezza” e “prossimità” in uno spazio disconnesso, oggetto di risentimento. Una condizione non scontata e in un certo senso paradossale, se si tiene conto che il risentimento è l’opposto dell’atteggiamento morale che per Løgstrup e Lévinas trova condizione nella immediatezza e nella prossimità. Il sentirsi prossimo all’altro ha una connotazione pratica e una sostanza spaziale: si riscrive tenendo conto della topografia, della vegetazione, della presenza dell’acqua, del carattere indefinito di alcune parti di questo territorio. Ma non è radicato. E’ socializzazione superficiale, comunanza, qualcosa che rimanendo in superficie, evita il rischio dell’incomprensione, evita faticose traduzioni tra universo di significato distinti. Un modus cum-vivendi poco impegnativo che sostituisce la negoziazione di significati condivisi. Questi sono semplicemente (ma la condizione non è affatto semplice) “luoghi di incontro”.

In secondo luogo, la presenza di fratture comunicative tra i diversi modi di utilizzare questi luoghi. Modi che si stratificano senza interagire. Volgono le spalle gli uni a gli altri, dichiarando una lontananza che alla fine diventa “profezia che si autorealizza”, come diceva Merton. Ovvero condizione che si giustifica e si conferma dalle azioni di chi la dichiara. Fino a divenire conflitto, competizione tra usi diversi, ambivalenza e paura.

Prossimità, comunanza, fratture comunicative, conflitti sono prodotti sociali, non individuali. L’attenzione posta alla città dispersa negli ultimi due decenni, ha portato a sottovalutare ordini spaziali diversi, costruiti sulla condivisione, la negoziazione, il conflitto nelle loro diverse espressioni. Ponendo l’individuo (e la famiglia) al centro ha, in qualche modo, appannato la capacità di volgere lo sguardo a situazioni differenti che stavano riscrivendo profondamente la città contemporanea. E questa sicuramente è una situazione differente. C’è assai poco di individuale qui. C’è un gioco palese tra elementi strutturali del luogo e la dimensione pratica della socialità. Comprendendo nei primi, insieme alla topografia, alle coltivazioni, al territorio del fiume, i fossili di vecchie infrastrutture non più utilizzate, le attrezzature dismesse; le presenze ancora funzionali (produttive, autostradali e ferroviarie); le reti fitte o smagliate di percorsi agricoli che non si capisce bene dove vadano; una regolazione lasca (compresa quella relativa alla protezione dai rischi naturali e sociali). E nella dimensione pratica della socialità tutte quelle intraprese comuni, perlopiù effimere, che mantengono tuttavia una dimensione di scambio o conflitto.

Se prossimità, comunanza, fratture comunicative, conflitti sono prodotti sociali, non individuali, allora, far fronte a queste condizioni è compito di un progetto politico di lungo periodo. Ma quel che si può osservare anche ora, è come esse ridefiniscano un territorio che non invoca permeabilità, trasparenza, funzionalità nel senso banale del termine. Un progetto che si misurasse con queste condizioni, dovrebbe cogliere la necessità di una graduazione, dell’opacità di alcuni luoghi, della separazione di altri. Qualcosa che non si traduce immediatamente, nel disegno di un parco. Dovrebbe riflettere attentamente su cosa sia, in luoghi come questo, lo spazio del muoversi e cosa si porti dietro. Cosa sia la messa in sicurezza e a quali ambiti (fisici e sociali) si applichi. Come una trasformazione possa avvenire per concrezioni minute, forme puntuali, generando interruzioni e progressioni piuttosto che attraverso la dichiarazione di un carattere monumentale del territorio del fiume. Come se anche il parco fosse una sorta di profezia autorealizzativa. O più semplicemente, la definizione di un ordine spaziale, per decreto.

Su questi territori è da segnalare l’importante centro di documentazione permanente FMPQ: http://www.fmpq.it/

Crediti delle immagini:

https://territoridellacondivisione.wordpress.com/2011/11/13/abitare-spazio-agricolo/

https://territoridellacondivisione.wordpress.com/2011/11/12/innesti-e-contaminazioni/

https://territoridellacondivisione.wordpress.com/2011/11/11/urbano-e-rurale/

Cristina Bianchetti

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