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The issue of the Commons in the crumbling of the Public

Commons are one of the most important issues of the debate of our time. Manifestos, international expositions and magazines are showing this relevance. The debate makes it seem possible to found a new kind of rights as Commons, beyond individualism and authoritarian Welfare. The problem is that the concept of Commons recovers some of the critical aspects of the concept of Public. In recent years, critics have considered as naive the attempt to define axioms in the discourse on the city stating the Public as something holistic and ecumenical. The smooth and compact nature of the Public is now thoroughly questioned but it seems to rise again in the Commons. This is now the issue of the Commons: a devoid of meaning concept that is filling another one.

La questione dei commons nel deflagrare del pubblico

L’anno scorso un vero e proprio manifesto che ha suscitato un ampio e interessante dibattito. Quest’anno la Biennale di Architettura di Venezia; innumerevoli editoriali e approfondimenti su riviste di differente orientamento: la questione dei commons è da qualche tempo continuamente riproposta alla nostra attenzione. Generalmente declinata al plurale, costruita su quei beni comuni che si ritengono essere di tutti perché esistono grazie alla cooperazione sociale che li mantiene o li riproduce. Una cooperazione che «non vuole concessioni, ma pretende riconoscimento» (così Maria Rosaria Marella nella Introduzione di Oltre il pubblico e il privato. Per un diritto dei beni comuni, ombre corte, Verone, 2012).

Il dibattito si sviluppa entro una declinazione pratica e politica che solitamente prende distanza dal bene comune aristotelico e mette al centro collettività, cooperazione, condivisione. Ne trattano l’ultimo fascicolo de L’Indice e l’ultimo fascicolo di Domus, a testimonianza della trasversalità e delle tante angolazioni possibili. Nei mesi scorsi ne hanno trattato in molti: nei beni comuni è stata ritrovata una tipologia di diritti che si collocano (nella maggior parte delle riflessioni) fuori dalla dimensione individualistica, come da quella assistenziale e autoritaria di certe politiche pubbliche, poiché i beni comuni «non vogliono concessioni» appunto, e sfuggendo dalla dimensione puramente assistenziale si sottraggono alle difficoltà e allo smantellamento del welfare (benché richiedano comunque sostegno e prestazioni economiche).

Tutto bene dunque, sebbene il trattamento della nozione porti tracce di antichi vizi: un mai sopito olismo, così che il termine dilaga, si estende, comprende moltissimo e non si capisce mai bene cosa ad esso si sottragga. E un ecumenismo di sfondo che rende i commons buoni per tutti: nuovo punto di incontro tra architettura e società civile, di cui si sottolinea il carattere democratico (che spesso si risolve nell’elogio di un far da sé, ribaltamento dell’enfasi posta sui caratteri autoriali della pratica architettonica degli ultimi decenni). La questione merita un ampio trattamento. Qui vorrei solamente sottolineare un punto, con attenzione specifica al dibattito architettonico e urbanistico entro il quale la questione si presta ad occupare uno spazio crescente.

La critica al progetto per la città di fine Novecento ha da tempo messo in crisi la pretesa ingenua di definire alcuni assiomi che risultano oggi deboli, generici o conflittuali. radicalmente svuotati dalle connotazioni tradizionali. Primo tra gli altri, quello legato alla nozione di pubblico che nella città europea è parso dislocarsi assai diversamente rispetto al passato: non più il pubblico ipermuscolare dei movimenti progressisti e revanchisti, aperti al futuro i primi, chiusi in difesa del presente gli altri, ma qualcosa di più disarticolato e disperso. Nella sua declinazione urbana, il pubblico contemporaneo lega individui senza dare l’impressione di promuovere scopi fondamentali. E’ temporaneo, intermittente, depotenziato. Non assente, ma definitivamente lontano dal pubblico del progetto moderno. Tanto che si può sostenere come, nel discorso urbanistico, la prima implicazione del distacco dall’ormeggio ideologico novecentesco sia stata la deflagrazione di un’idea compatta, levigata, contrastativa di pubblico. Una deflagrazione che ha sciolto il concetto dalle sue drammaturgie. Ora, sgretolato quel carattere liscio, ben levigato e compatto , ecco che la stessa compattezza, lo stesso carattere forte e levigato sembrano trasferirsi alla nozione di beni comuni. E’ come se dallo svuotamento di una nozione se ne stesse ridefinendo un’altra. E la declinazione al plurale (che già Dewey raccomandava a inizio Novecento) non sembra sufficiente a costituire un riparo.

Cristina Bianchetti

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