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53 Strelitzer Strasse. Berlin

At 53 Strelitzer Strasse, in Berlin’s Mitte district, a six-storey apartment building hides a village. On the ground floor, a small covered walkway leads to a narrow and curvy path that provides access to sixteen row houses overlooking the Wall Memorial Park along Bernauer Strasse.  Sixteen families built their homes here since 2005: architects and artists that now live, work and cooperate in a small and protected place, with private gardens and orchards close to the house, with common areas for firewood, garden chairs, barbecue, bicycles and children’s playground. A strange way of being in the city: in its heart but almost against it. The village differs completely from the city in which it’s included. It differs in size and shape as in lifestyle and ways of sharing. It differs so much that it recalls anti-urban forms of living. Small-scale, limited number of inhabitants, cooperation and family life are back together in the heart of the city, as if they could erode it from the inside.

Strelitzer Strasse 53. Berlino

Nel quartiere Mitte di Berlino, al numero 53 di Strelitzer Strasse, un edificio di sei piani per appartamenti nasconde un villaggio. Al piano terra, un piccolo passaggio coperto conduce ad una via stretta e sinuosa su cui si affacciano sedici case a schiera. Un altro mondo, protetto da auto, rumore e vita di città. Non soltanto un retro, l’edificazione in “seconda fila” di uno spazio rimasto vacante, come nel lotto adiacente e come di frequente a Berlino: al termine della stretta via, si apre il Parco del Memoriale del Muro su cui il villaggio si affaccia da una posizione privilegiata, leggermente rialzato, come su una lieve collina.

Siamo su Bernauer Strasse, lungo la striscia della morte, là dove, dal 13 agosto 1961, il muro ha separato per ventotto anni la città. Scena, tra le più straordinariamente documentate, di innumerevoli tentativi di fuga, coronati dal successo e pagati con la vita. Lungo questo tratto di strada, il Parco del Memoriale articola oggi una serie di monumenti: la Cappella della Conciliazione, il monumento commemorativo della divisione della città, il Memoriale del Muro. Accanto a queste emergenze, il progetto dello studio berlinese Sinai (http://www.sinai.de) ha disegnato, nel 2007, un “paesaggio della memoria”. Un susseguirsi di punti di documentazione, tenuti assieme da un più vasto sistema di incisioni e segni topografici in cemento e corten, a ricostruire un fine lavoro archeologico. Tracce spesso minute, nascoste, che il visitatore è invitato a scoprire percorrendo la striscia di prato continuo che corre lungo la strada sul sedime della linea di confine.

Nel 1989, l’abbattimento del Muro restituisce a questa parte di città ampie superfici di suolo libero: quella su cui oggi sorge il parco, una serie di lotti edificabili su strada e sulle retrovie. Terreni di notevole valore immobiliare dei quali era spesso da ridefinire il regime di proprietà. Il numero 53 di Strelitzer Strasse è uno di questi, così come i suoi spazi retrostanti che, affacciandosi sulla Bernauer Strasse, chiudono e ridisegnano i limiti del parco e l’incrocio tra le due strade.

Finito il processo di restituzione dei suoli, l’erede del terreno cede la proprietà alla GVA, una società che a Berlino si occupa dell’amministrazione e del recupero di immobili. La GVA fraziona i terreni secondo un progetto di lottizzazione a schiera: sul retro dell’edificio al numero 53 che chiude il fronte strada, sedici case unifamiliari con giardino anzichè il più classico blocco a chiusura dell’angolo, così come avrebbe preferito il Dipartimento di Urbanistica del distretto locale. Che difatti, in un primo tempo, si oppone.

Circa un anno dopo, nel 2005, concorrono più fattori alla revisione del progetto ed alla sua approvazione. In primo luogo, il piano di estensione del Memoriale del Muro lungo Bernauer Strasse, che sposta il processo decisionale circa la riprogettazione dell’intera area da un livello locale ad un livello superiore. Secondo, l’ostinazione di GVA che minaccia di abbandonare l’operazione se non fosse stata accolta la propria proposta. Terzo, la proposta appunto, e più esattamente la formula di realizzazione che la stessa società sottopone all’amministarzione, tanto inaspettata (seppure ampiamente praticata in Germania), quanto inusuale nel formato qui presentato.

La formula fa riferimento ad una legge tedesca del 1919 sul “diritto di superficie” ed il “regolamento dei beni terzi” (Erbbaurecht) e consente ad un locatario di costruire sul suolo del proprietario con cui ha pattuito il contratto. L’obiettivo è quello di ridurre la speculazione (in quanto è il locatario ad avere l’obbligo di costruire) e facilitare l’accesso alla casa alle fasce più deboli della popolazione. Nel caso delle sedici casette da costruire sulla Bernauer Strasse, la procedura innesca un meccanismo che solo in parte corona l’obiettivo della legge (i locatari coinvolti non sono certo di fascia debole), ma dà luogo ad un’esperienza per molti aspetti singolare.

La GVA propone infatti all’amministrazione la locazione a sedici giovani famiglie in grado di dimostrare la propria creatività attraverso la realizzazione di un “quartiere modello”, un piccolo pezzo di città esemplare, sufficientemente protetto ed appartato da un lato, in bella mostra sul parco dall’altro, che possa essere espressione di una élite culturale capace di costruirsi la propria casa sulla base di una procedura virtuosa e di abitarla in modo innovativo.

Il contratto prevede una durata di 198 anni durante i quali i locatari pagano un canone d’affitto di circa 75 euro mensili. La realizzazione di ogni casa arriva a costare circa 400.000 euro, cui aggiungere le spese infrastrutturali. Un buon prezzo per una casa di quattro piani, giardino a terra e sul tetto, massimi requisiti energetici e climatizzazione naturale. Difficile da raggiungere se l’investimento, di oltre sette milioni di euro complessivi, fosse stato effettuato da un unico operatore.

Per quanto riguarda l’edificio sul fronte strada avviene qualcosa di analogo. Nel 2004, l’architetto berlinese Fat Koehl (http://www.fatkoehl.com) e l’artista Anna von Gwinner (http://www.annavongwinner.de) lo acquisiscono, lo progettano e lo realizzano dopo avere effettuato una selezione di amici interessati all’acquisto delle singole unità. Ancora una volta artisti, cineasti, designer ed architetti. Nel 2008 tutto è completato. Un anno dopo, il nuovo “quartiere modello” riceve il prestigioso Architekturpreis di Berlino.

Sul fronte strada, Anna von Gwinner disegna la facciata. Una superficie bianca, omogenea e continua dalla strada al tetto, segnata da sporgenze e rientranze lievi in prossimità di balconi e finestre, con un taglio verticale più incisivo in corrispondenza del vano scala. Nel complesso, uno schermo neutro e rigoroso che nasconde nove appartamenti ed una piccola attività commerciale al piano terra. Gli appartamenti, molto personalizzati dal lavoro di co-progettazione tra lo studio Fat Koehl ed i singoli proprietari, sono simplex e duplex, variano tra gli ottanta ed i duecento metri quadrati di superficie e solo quello al quarto piano copre l’intero livello. Sul tetto un piccolo giardino.

A terra, accanto al negozio, l’ingresso al vano scale ed alle sedici unità sul retro. Prima un galleria, poi un passaggio a cielo aperto racchiuso tra un muro ed una recinzione a delimitare i due giardini laterali, quindi uno slargo per il gioco dei bambini ed il parcheggio delle biciclette, infine la strada tra le casette colorate: prima lievemente ricurva verso sinistra, poi in modo più deciso a destra, ad aprirsi sul parco del Memoriale e la Barnauer Strasse.

L’architetto Kai Hansen progetta sei delle sedici case a schiera, tre lo studio XTH-Berlin, le altre sette sono disegnate da altrettanti studi berlinesi. Nove in totale, ed è evidente l’eclettismo della composizione. Fatta eccezione per alcune regole insediative che sostanzialmente dettano confini, altezza e poco più, ognuno è libero di articolare interni ed esterni del proprio lotto a piacimento. La personalizzazione e la specificità dei singoli appartamenti, a differenza che sulla Strelitzer Strasse, è qui ben marcata anche sull’esterno: sulla via che divide il villaggio in due parti, così come sul parco del memoriale. Ricorrono superfici e composizioni spesso tra loro stridenti. Alla complessa articolazione degli spazi interni corrisponde una forte espressività dei fronti ed una grande varietà di materiali utilizzati per il loro rivestimento. Materiali grezzi e naturali per lo più, lamiere, legno, intonaco, cemento, ad incorniciare aperture ampie ed irregolari che non dissolvono però la compattezza dell’insieme, per lo meno sul fronte del parco.

Il piccolo villaggio d’artisti che, sulla Strelitzer Strasse, sembra quasi nascondersi dietro la prima cortina di edifici, sulla Barnauer Strasse mostra un’altra faccia: è un blocco monolitico molto espressivo che, assieme ai vicini monumenti commemorativi, cadenza il fronte del parco. Non una fortezza, ed ampia enfasi è stata posta sul fatto che la piccola strada di distribuzione alle abitazioni fosse mantenuta pubblica ed accessibile sul lato del parco, certamente però uno spazio ben protetto: dalla posizione privilegiata, ma ancor più dai caratteri che ne connotano l’aspetto e che ne elevano la domesticità a monumento.

Lo spazio tra le abitazioni su Bernauer Strasse infatti, seppure accolga, in modo ordinato, pezzi della casa di tutti (legna da ardere, sedie da giardino, barbecue, biciclette e giochi per bambini) fatica ad assumere i caratteri di uno spazio domestico. L’assenza di recinzioni e le grandi superfici vetrate aprono i soggiorni, gli studi, gli spazi di distribuzione, consentendo la vista di ambienti spesso intimi (nonché un buon controllo reciproco). Eppure il risultato ricorda più le alterazioni di Dan Graham alla casa suburbana americana che la vita di quartiere. Fino a trasformare soggiorni, studi e spazi di distribuzione, in negozi/atelier che l’avventore (poco discreto) può osservare ed emulare a fine passeggiata nel parco, rispondendo così all’obiettivo del progetto: quello di mostrare, in forma di esempio, modi e forme dell’abitare della nuova élite culturale berlinese.

Finita la stagione delle occupazioni degli anni Novanta (dove peraltro la gran parte degli abitanti di questo luogo si è conosciuta), l’élite abita oggi in un villaggio per famiglie sulla striscia della morte. Dove si vive e si lavora. In numero ristretto, entro un luogo contenuto e protetto, con un giardino/orto sotto casa, nei pressi di un grande parco. Come vent’anni prima, si è vicini, ci si conosce a fondo, si conoscono le case degli altri, se ne vedono gli arredi, le suppellettili che cambiano ed i nuovi quadri che si acquistano. Si spartiscono servizi e manutenzione. Ogni casa ha la faccia del proprio abitante ma nell’insieme si è una cosa sola.

I caratteri di un antiurbanesimo classico, spesso ricondotto ad Howard, ci sono tutti: la piccola scala, il numero chiuso e la cooperazione, la vita di famiglia ed il rapporto con la natura. Tornano in forma nuova, e nel bel mezzo della città. Cambiano i dispositivi di protezione e la ricerca di sicurezza, le forme di esibizione e di riservatezza. I modi della condivisione e la strumentalità della cooperazione. Cambia il rapporto con la città e l’uso dei suoi servizi. Cambia quello con la natura. Ma la radice è là. In un abitare suburbano che ha la forma di un villaggio di Buls alterato dalle incisioni di Graham.

Angelo Sampieri

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