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Mill’O, Plan-les-Ouates, Geneva

Mill’O is located in Plan-les-Ouates, a wealthy suburb of Geneva. It’s a ten families Cooperative Housing whose  construction was funded by the Canton of Geneva under HM (Habitation a loyer modéré) and it has been awarded the Minergie-Eco for the strict ecological program followed. People live in this place as in other similar cooperatives: closed ties, a few fundamentalism, no car and television but strong web connection and a good advertising on the internet. There is a lot of collective work to do: this place lays great emphasis on the benefits of strong and dense ties, as on the increased responsibility of shared living (at least in terms of environmental and economic responsibility). The building is contiguous to the low-density houses of the surroundings, with facilities (primary and secondary schools), industrial areas and open natural spaces. This close proximity shows here the overturning of the Modern City better than in any other place. There is a radical ambiguity between the openness and the closure in the way of living in a cooperative housing as Mill’o: there are no real entrances, each space seems to be subjected to percolation and infiltration, but there’s a continuous sequence of symbolic and aesthetic barriers. Mill’o is both inside and outside the city.

Mill’O, Plan-les-Ouates, Genève

Plan-les-Ouates è un comune della cintura ginevrina: 10.000 abitanti, 585 ettari, più della metà superficie agricola, senza potersi dire, in senso stretto, un comune agricolo per la presenza importante di imprese industriali nel ramo dell’orologeria. Registra da tempo una forte crescita occupazionale nell’industria manifatturiera, in agricoltura e nei servizi. La disoccupazione è sensibilmente più bassa che nel resto del Cantone: 5,7% della popolazione attiva che, nel complesso, è la metà circa della popolazione totale. Solo il 15% degli attivi lavora nel comune, poiché gli abitanti di Plan-les Ouates lavorano in gran parte a Ginevra, mentre le imprese locali attirano maestranze da fuori. Il quadro è quello robusto di un’economia che potrebbe dirsi “fuori dalla crisi”. Plan-les-Ouates è, in altri termini, un comune ricco nella prima cintura di una città ricca. Buone coltivazioni, buoni impieghi, buone case. Più grandi che nel resto del Cantone. 115 m2 ciascuna contro gli 84 m2 di superficie media. In gran parte case unifamiliari isolate. Una ricchezza percepibile quasi ovunque: spazio ben curato nelle parti pubbliche come in quelle private. Servizi efficienti. Un’organizzazione del territorio progettata in modo molto tradizionale, ma chiara che alterna spazi produttivi e spazi residenziali, alta e bassa densità secondo una grammatica leggibile. Niente che debordi. Niente di sospeso, indefinito o vago.

Rue St. Julien è la radiale che, attraversando il comune, collega Ginevra con l’A1 (l’autostrada delle  principali città svizzere). Nel comune di Plan-les-Ouates tra rue St. Julien e la parallela rue La Base, si colloca un ampio settore residenziale che il piano regolatore del 2009 definisce a bassa densità. Il settore è delimitato a sud e a nord dalle due strade che lo separano nettamene dalla area agricola e, sugli altri lati, da una importante fascia di servizi scolastici-edilizia densa-impianti produttivi a sud-est e da un settore residenziale di edilizia ad alta densità a nord ovest, verso Ginevra.

In questo settore, l’impianto regolare, i lotti ampi, le case spesso uguali, segnano stessi processi produttivi, stessi attori, stesse preferenze abitative. Carattere elementare dei principi ordinatori e cura dei processi costruttivi fanno da supporto ad un abitare chiaramente riconoscibile: un autentico brano di città moderna dove l’abitare si fonda sulla legittimità della misura, sul variare della densità e sulla virtù della ripetizione. Le aiuole spartitraffico riempite di fiori e curate assiduamente, i giri della macchina della polizia locale, i ragazzini delle scuole completano il quadro.

 

Sembra quasi uno scherzo che la cooperativa CoDHA, rispondendo ad una domanda di alcuni suoi soci, raggruppati a loro volta nell’associazione Mill’O, abbia trovato un lotto libero di quasi 3.000 m2 in questo sobborgo che ricorda un po’ l’acida ironia anni 80 delle sequenze iniziali di Blue Velvet. Uno scherzo perché il lotto avrebbe dovuto ospitare un edificio costruito su principi spaziali rovesciati.

CoDHA è una cooperativa associativa, la più grande di Ginevra, con circa 9.000 iscritti. Fondata nel 1994 per promuovere «un autre type d’habitat, une autre qualité de vie, un autre rapport au logement, basé sur la participation, la convivialité et la solidarité». Così, come si dice nelle dichiarazioni di presentazione e autopromozione dell’associazione dove molta enfasi è posta su un «habiter différemment» che si vuole eredità di un passato di rivendicazioni urbane radicali. Con buona pace di questo passato, CoDHA è oggi un robusto soggetto istituzionale. Rappresenta un compromesso tra un’idea dell’abitare costruito su diritto d’uso, fuori dal modello della proprietà privata e le esigenze amministrative ed economiche del mercato immobiliare urbano. Il fine della cooperativa è promuovere la messa in comune di risorse finanziarie e la partecipazione degli abitanti fin dalla concezione del progetto, realizzando o rimettendo sul mercato alloggi che vengono affittati inizialmente a prezzi di mercato, ma che nel tempo divengono  molto vantaggiosi. Il meccanismo si regge sulla concessione dei terreni da parte del Cantone per 60 o 90 anni.

E’ CoDHA, insieme all’associazione Mill’O il maitre de ouvrage dell’edificio in avenue du Millénaire, 13, 15, 17, 19. Progettista atba-Stéfan Fuchs. Progettato nel 2002, realizzato nel 2006 («5 anni di discussioni prima della realizzazione per accordarci su tutto»), costato circa 3.100.000 Chf (pari a circa due case unifamiliari dei dintorni). L’edificio ha 10 appartamenti di 3, 4, 5, 6 stanze e numerosi spazi comuni. La sua costruzione è stata sovvenzionata in quanto in regime HM (Habitation a loyer modéré) dal Cantone di Ginevra e ha ottenuto il riconoscimento Minergie-Eco per i principi ecologici seguiti : consumo razionale di energia, e riduzione al minimo dell’inquinamento indoor; riscaldamento orientato a variare la temperatura dei locali a seconda del loro utilizzo; studio della ventilazione cosiddetta a cascata; gestione della umidità interna e uso di materiali naturali; accessori dotati di rubinetti di controllo del flusso; 100 m2 di pannelli solari sul tetto; raccolta e deflusso acqua piovana reinserita nel terreno; cavi schermati per proteggere dai campi elettromagnetici. E ancora: struttura, balconi e telaio in abete e larice, rivestimento facciate, cartongesso e minerali o in abete (lato sud); isolamento cellulosa lana e fibra di legno, rivestito con pannelli. Sistemi di compostaggio; messa a dimora di alberi da frutto, orto biologico. Insomma un «jardin d’Eden», premiato nel 2007 dal Prix Cantonale du développement durable.

 

fonte: atba

In questo edificio si abita come in cooperative simili: entrata a far parte dell’associazione sottoposta ad un esame su dossier e colloquio («bisognava difendersi; spiegare perché si vuole venire a stare proprio qui; mostrare che si ha sensibilità alla cooperazione, all’ecologia e si conosce il funzionamento delle associazioni»).  Un certo fondamentalismo che fa rinunciare ad automobili e televisioni a vantaggio di una iper-connessione e ad una ottima pubblicizzazione sul web. Molto lavoro collettivo. Grande enfasi sui vantaggi dei legami stretti e fitti, come sulla maggiore responsabilità che un abitare condiviso comporta, almeno dal punto di vista ambientale ed economico. Il vivere assieme è il risultato di sforzi molteplici e continuativi per superare i contrasti, costruire fiducia, raggiungere compromessi su decisioni difficili. Mill’O è una sorta di micro laboratorio sociale utile a riflettere sul funzionamento dei sistemi decisionali e sulla gestione dei conflitti. I protagonisti sono attori di un gioco attraversato da una certa tensione e da una ostinata determinazione a dichiarare un habiter autrement in cui contano molto l’autonomia, la solidarietà, l’ospitalità e, più in generare un’idea di convivialità.

Qual è l’ordine spaziale attraverso il quale gli abitanti di Mill’O negoziano la loro differenza e il loro habiter autrement?

Innanzitutto un ordine giocato sul rovesciamento di modelli moderni costruiti sul carattere replicabile, uniforme, ben parametrizzato dello spazio. Un ordine che contrasta con l’idea di un rapporto intimo con il luogo, come con l’idea di «attaccamento al quartiere» di cui peraltro si usano i servizi (ottimi) e ci si avvantaggia della tranquillità, non solo sociale. Un ordine che dichiara di tenere assieme «ricchi e poveri», in un sobborgo ricco; che dà priorità a valori d’uso in un contesto di case quasi esclusivamente in proprietà; che celebra ciò che è condiviso in un quartiere di spazi individuali ben delimitati.

Tutto questo si trasforma nell’affermazione di un ordine spaziale generico, debordante e apparentemente poco definito. Segnato da caratteri ben riconoscibili. L’uso della vegetazione per sporcare e rompere geometrie troppo pulite: una sorta di attrattiva decorativa al contrario, dove contano in uguale misura dare via ad uno sviluppo spontaneo e autogenerativo, introdurre agricoltura di prossimità, costruire barriere simboliche. Lo spazio collettivo è atto politico nel progetto moderno. Ma a suo modo lo è anche qui, nella messa assieme di esigenze emotive e immaginative, prima ancora che funzionali ed ecologiche. Un diverso rapporto tra il suolo e l’edificio che rifiuta di appoggiarsi su uno zoccolo duro, funzionale,  riconoscibile. Il contatto con il suolo si svincola da superfici artificiali. La permeabilità sale, attraverso sequenze di spazi diversamente condivisi, fino alla porta dei singoli appartamenti. E alla iper-parametrizzazione del progetto moderno si sostituisce la mise en place dell’esperienza. In ciascun caso l’estetizzazione è giocata come potenziale critico.

  la doppia facciata

  drenaggio acqua e vegetazione

  spazi, cose, spesa condivisi

L’edificio della cooperativa Mill’O è contigua ad altri, lungo av. du Millénaire. La stretta vicinanza dichiara il rovesciamento del modello moderno meglio d’altro, sebbene il gioco possa apparire fin troppo facile.

  sentiero

  contatto con il suolo

  spessore delle soglie

Non è solo costruzione di nuove barriere; espressione, nello spazio, di un diverso modo di abitare. E’ anche  rifiuto del luogo nel quale ci si trova. O, più in generale, rifiuto della città che avviene da dentro la città, da una posizione assediata, come in questo caso: stretti entro modelli insediativi opposti.

Sul piano sociale è interessante capire quali slittamenti si diano tra l’affermazione di diritti d’uso radicali della seconda parte del XX e un insieme di valori che traspaiono da queste esperienze. Valori che sembrerebbero richiamarsi strettamente a quel periodo (seppure ragionevolmente impalliditi dai 40 anni trascorsi): autonomia, ospitalità, convivialità. E’ interessante capire il nuovo campo semantico di queste nozioni.

Sul piano spaziale sono interessanti altre cose. E’ interessante capire come luoghi che si racchiudono in se stessi con una serie intricata di segni e una sovrapposizione eccitata di pratiche stiano dentro e al contempo fuori dalla città; come usino la città, dicendosi estranei ad essa, allontanandosene in cerca di modelli abitativi diversi nutriti di più spazio, più persone attorno, meno inquietudini. Finendo entro situazioni  delle quali la cosa più semplice da dire è che sono molto esigenti.

Cristina Bianchetti

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