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Una strana metamorfosi

«Tra diritti uguali, vince la forza» è la celebre affermazione di Marx nel I libro del Capitale (Editori Riuniti, 1977, p. 269), utilizzata negli anni 60 e 70 per spiegare i modelli di sviluppo urbano fondati sulle logiche dello sviluppo capitalista e le loro dinamiche. Il riferimento è all’idea di diritto alla città di Henry Lefebvre: un riferimento che gode di ottima salute ancora oggi. I richiami nel campo della geografia e degli studi urbani sono da sempre numerosi. Qualche volta segnati da una semplicistica ricerca di genealogie possibili e legittimazioni teoriche. Altre volte da una più interessata e coinvolta ricerca sulla costruzione teorica del sociologo francese.

Nell’idea di diritto alla città di Lefebvre c’è molto di utile per ripensare alla città contemporanea. Innanzitutto la primazia dell’urbano. Lefebvre scrive Le droit à la ville (ripubblicato in 3° edizione da Antrophos, nel 2009) nel 1967, qualche mese prima delle rivolte del maggio 68 e a cento anni dalla pubblicazione del I° volume del Capitale. Ricorrenza dichiarata dall’autore in apertura, a sottolineare un legame e uno scarto: lo spostamento del fuoco della riflessione dalla classe operaia, ai movimenti urbani. E tutta la prima parte del volume di Lefebvre è una lode alla città: le idee (comprese quelle rivoluzionarie) nascono nella città. La città è al centro dei processi di accumulazione, di distribuzione delle ricchezze e dei movimenti. Ma quale città? Questo è un punto fondamentale che segna una distanza polemica con buona parte del discorso contemporaneo. Lefebvre scrive nell’anno di Tre o quattro cose che so di lei, di Godard, come già nota Harvey. E’ il mondo di prima («la città che avevamo conosciuto») che sta scomparendo. Scrive nella consapevolezza che quel mondo non possa essere ricostruito. Nessun rimpianto. Chi reclama oggi il diritto alla città, non raramente si colloca su un diverso orizzonte: assume una posizione conservatrice, guarda ad una città che non c’è più, o forse non c’è mai stata; invoca il diritto alla città del passato, il diritto a tornare lì.

In secondo luogo è utile l’attenzione posta ai soggetti del diritto e alle molte pratiche «ricche di possibilità alternative» che già sono nella città. Una eterotopia, quella di Lefebvre, diversa, da quella di Foucault che delinea (come anche oggi piace dire a lefebvriani e non lefebvriani) «spazi liminali ricchi di possibilità». L’attenzione è su quel che la gente fa. Una «teoria del movimento rivoluzionario» che è il contrario della grande rivoluzione (di cui la Comune di Parigi è esempio). Piuttosto «convergenza spontanea in un momento di “irruzione” in cui diversi gruppi eterotopici vedono possibilità collettive».

Primazia dell’urbano contro il conservatorismo e attenzione alle pratiche liminali aiutano a capire la città oggi. Ma questo non dovrebbe impedire di cogliere un altro fondamentale aspetto. La riproposizione di una prospettiva teorica centrata sul diritto collettivo ha subito una strana metamorfosi per la quale evapora la dimensione politica a vantaggio di un’idea diversa, pacificata di convivialità. E la dimensione collettiva lascia il posto ad una dimensione personale, quasi autonoma. Una «polverizzazione» dell’idea di diritto, direbbe Alain Supiot, che non reggendosi più su un’idea di giustizia (o di contrasto), va da se e diventa diritto ad abitare «entre nous plutôt qu’avec eux»; diritto a curare in prima persona lo spazio collettivo che si ritiene proprio; diritto a una mobilità lenta, ad un’agricoltura di prossimità, ad un fare artigianale e associativo; diritto ad un ecologismo di maniera, a mantenere ambienti pittoreschi, ad un’idea di villaggio bene incistata nella città contemporanea; diritto alla privacy, alla non intromissione, ad essere lasciati in pace e, all’opposto, diritto alla condivisione, alle forme di superamento della solitudine che l’individualismo genera. Diritti individuali, spesso contraddittori, pacificati.

E’ le nouvel esprit du capitalism, secondo Boltanski e Chiapello. O più semplicemente, la deflagrazione che il neo-liberismo ha prodotto sull’idea di diritto collettivo. Intorno a questi diritti manca il contrasto. Nessun antagonismo. Si accostano, rivendicano una loro autonomia, quasi un’indifferenza reciproca. In una connotazione che diventa, appunto, personale.

L’elegante rivista Studio. Architecture and Urbanism Magazine, nel numero [from] Crisis [to]_#1 2011 dedica una parte importante ai diritti urbani. Non può colpire il modo con il quale ciascuno di coloro che intervengono indica quali sono a suo giudizio i diritti «da proteggere, da conquistare, da estirpare». L’insieme costruisce un nutrito catalogo in cui stanno assieme purezza delle forme, culto del bello, cultura urbana, identità urbana, crescita controllata ed ecosostenibile, conformazione del tessuto urbano compatto, completamento dei vuoti urbani, natura eterogenea della città e molto altro. Tutti, o quasi, i luoghi comuni del dibattito sulla città contemporanea. Claude Lefort diceva che i diritti sono inventati. Certo aveva in mente qualcosa di diverso, rispetto ad idiosincrasie personali, preferenze, opinioni.

Cristina  Bianchetti

Lo scritto Lieux et droits, inserito nella sezione dei saggi del blog sviluppa la tesi qui sostenuta. Si tratta del rapporto consegnato allo Swisse National Science Foundation nel luglio 2012 (contratto IZKOZ1_144577). La ricerca si è sviluppata sul caso di Les Grottes, un quartiere della città di Ginevra, già presentato in questo blog nel post del 10 aprile 2012.

https://territoridellacondivisione.wordpress.com/risorse/scritti/

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