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2. Nuovi Urbanesimi

«Fondare la città dove non c’è». Questo, per Bonomi, il fine di Olinda, cooperativa-associazione fondata nel 1996 a Milano sul sito dell’ex Ospedale Psichiatrico Pini. « Fondare la città dove non c’è: dove i bar chiudono alle 7 e non c’è traccia di libri, di culture, di artigiani, di luoghi dove andare». Così un ex Ospedale psichiatrico è trasformato in un parco, modificando poco dell’impianto originale fatto da padiglioni, zone separate, accessi. Un parco fatto di viali di tigli, radure, orti. Padiglioni dove fare cinema, teatro, formazione, calcio, contratti a tempo indeterminato con persone svantaggiate. Dove mangiare, in cucine ricavate dall’obitorio e assistere a spettacoli in un teatro ricavato dalle cucine. Il riuso di spazi abbandonati combina una dimensione fisica a una sociale e a una simbolica. Ma Olinda non è solo un caso, estremo, di riuso. E’, soprattutto, una impresa sociale che lega i propri finanziamenti alle attività che è in grado di avviare: catering, ristorante, teatro, ostello, bistrot.

La sua è una forma d’azione tesa a rompere la separazione tra mondo dell’assistenza e mondo della produzione. Superamento che trova la necessità di un capitale d’avvio, poiché l’impresa sociale non ha capitale di partenza e certo, in questa fase, non è facile trovarne. Così, il capitale di avvio è dato dalla proprietà pubblica del suolo, messo a disposizione dai diversi pubblici che lo detengono (Regione, Provincia, Comune, Asl, Niguarda). E’ «la produzione di servizi in tempi di crisi». Una strategia di potenziamento della città. Di apertura che fa a meno della prossimità, del quartiere, del vicinato. Gioca a livello urbano. Moltiplica spazi e ragioni dello scambio sociale. Produce servizi e socialità. E’ il contrario dell’antiurbanesimo e, soprattutto, è il contrario di quell’«antica voglia di far da sé» che ha connotato l’economia del nostro paese (tanto che vi è un largo consenso sul fatto che la principale lezione dell’economia italiana degli ultimi sessant’anni riguardi proprio il protagonismo dei soggetti: il mondo del lavoro indipendente, le migliaia di piccole imprese, le centinaia di banche locali, la massa dei lavoratori sommersi. Soggetti motivati dal primato della vitalità individuale che hanno costruito le condizioni dello sviluppo italiano). L’immagine di una società nella quale un numero crescente di individui «gioca da solo a bowling» ha rappresentato a lungo la situazione del paese. Con qualcosa di più in spregiudicatezza, energia, vitalità che al giocatore di Putnam manca. E ha lasciato un’impronta chiara sul territorio che il racconto polifonico della dispersione si è incaricato di spiegare.

Vent’anni dopo i giocatori che producono e abitano ciascuno a proprio modo definiscono un quadro seriamente problematico. Sul piano dell’economia quel pulviscolo di soggetti rende difficile pensare lo sviluppo entro uno scenario che slitta verso un potere economico e finanziario che bruscamente svuota le sovranità degli stati nazionali, riducendo la capacità di movimento degli attori economici e sociali operanti al loro interno. Sul piano insediativo lo stare da soli si complica di «nicchie di socialità» e di imprese sociali che tentano in modo molto minuto, ma percepibile, una diversa avventura: nuove «economie del noi»; forme di intraprendenza collettiva differentemente declinate: tese a prestare servizi e spartire risorse, offrire sicurezze e condividere interessi.

Che città produce l’impresa sociale? Mette all’opera una specie di potenziamento (il rovesciamento della minorazione di Deluze-Bene). Un potenziamento che avviene in luoghi discontinui secondo una sorta di disseminazione. Moltiplica spazi e ragioni di scambio. Produce servizi e socialità. Sfalda quel principio unitario della produzione che ha connotato l’economia di mercato. E’ energia centrifuga che si rivela al di fuori di strategie spaziali lineari.

Cristina Bianchetti

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