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3. Minorazioni e potenziamenti

Le forme della condivisione che osserviamo in questa ricerca sono spesso piccola cosa, trascurano (pur riconoscendone l’importanza) la storia lunga e in continuo, rigoglioso sviluppo dell’associazionismo laico e cattolico. Una storia che lungo il XIX e il XX secolo ha dato luogo a tessuti associativi fitti, rivendicativi e bene articolati, saldati alla forza simbolica di presidi civici e all’autorevolezza delle parrocchie, contribuendo al definirsi di forme di cittadinanza virtuose e partecipate entro modelli bene organizzati.

L’ipotesi è che nell’insieme questi fragili legami costruiscano un diverso sistema di valori nello spazio. E che sia importante cogliere questo mutamento per capire il mutamento della città e delle competenze che ad essa si vogliono rapportare. Affermare un diverso sistema di valori significa affermare un potenziamento e/o una minorazione dello spazio. I termini sono assunti nel senso loro attribuito da Jaques Deleuze, nel suo scritto su Carmelo Bene. Per Deleuze i due termini sono opposti, ma anche la minorazione non è pura sottrazione, pura amputazione. E’ condizione capace di generare nuove, impreviste potenzialità.

La condivisione costruisce una diversa mappa dei valori che merita di essere osservata almeno sotto due profili. Quello del modo in cui si danno variazioni di valore nello e dello spazio e quello della lontananza da precedenti mappe valoriali, a partire dalla mappa implicita nel moderno (o, direbbe Marc Breviglieri, implicita nell’idea di ville guarantie)

Innanzitutto la condivisione è qualcosa di ben radicato al suolo. Sia che si tratti di spazi che già hanno valore, sia (ed è più frequente) il contrario, cioè quando avviene ai margini, negli interstizi, nei terreni in stato di abbandono. Questo radicarsi genera brusche variazioni di valore dello spazio. Ovvero contribuisce a definire (spesso in tempi rapidi e non necessariamente durevoli) il modo in cui lo spazio acquista o perde un valore relazionale, simbolico, ed economico. Le nuove mappe di valore sono forse la forma più esplicita con la quale si dichiara un atteggiamento antipatrimonialistico. Ovvero una critica all’accezione di senso comune della nozione di patrimonio, che è in genere una nozione conservatrice (come bene dichiara la politica dell’Unesco sui patrimoni dell’umanità): patrimonio è qualcosa che ha valore in sé, di inossidabile e definito una volta per tutte. Le variazioni di valore costruiscono mappe diverse che rompono o permettono di uscire da storie lineari della città e della sua trasformazione. Storie progressive, rassicuranti o inquietanti, quali sono le storie narrate della deindustrializzazione, della gentrificazione, del riciclo urbano, delle tan­te forme di colonizzazione o, appunto, patrimonializzazione. La condivisione lavora fuori da que­sta trama e dalle sue esagerazioni. Produce una sorta di upgrading di luoghi anonimi che si vedono investiti di centralità.

In secondo luogo la condivisione è la messa in discussione della pretesa univocità del progetto moderno e della sua capacità di rappresentare valori. Avviene al di fuori del pubblico. Dà valore a spazi ritenu­ti altrimenti comuni, sebbene non abbia nulla di duraturo e di progressivo. Costruisce luoghi pieni contro lo svuota­mento del tempo e dello spazio nella città contemporanea. In questo si affianca al progetto moderno, lo depotenzia, ne mette in crisi la presunta esaustività. Spesso agganciandosi ad esso. Osservare la condivisione significa interrogarsi sulla validità che mantiene l’idea del progetto come supporto per la società, come garanzia di prestazioni estensive, valide ovunque. L’idea stessa di come si esprime un carattere democratico dal punto di vista dello spazio. Il supporto è ciò che dà consistenza ad un progetto di società. Tale si è sempre ritenuto essere il progetto della città moderna. Questo essere supporto estensivo e valido per tutti è ora incrinato e basterebbe questo a cambiare l’idea stessa di progetto.

Cristina Bianchetti

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