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Una discussione a Pescara

Alcuni aspetti della ricerca sui territori della condivisione sono stati discussi nell’ambito delle attività della XV Conferenza Nazionale della Società Italiana degli Urbanisti, che si è tenuta a Pescara, il 10 e l’11 maggio 2012, sul tema: L’Urbanistica che cambia. Rischi e valori. La discussione, condotta da Patrizia Gabellini, Elena Marchigiani e Sara Basso, ha messo al centro, in particolare, una questione: la rilevanza di porre attenzione sul “che cosa” della condivisione entro una ricerca di questo tipo. E ha permesso, pertanto, di concettualizzare meglio una doppia prospettiva che qui vorremmo riprendere e precisare, limitatamente ad alcuni aspetti, per le implicazioni che può avere nelle indagini avviate entro il seminario di tesi.

La doppia prospettiva  si caratterizza per il fatto che da un lato l’accento è sul cosa si fa assieme (“il che cosa” della condivisione); dall’altro sul “fare assieme” (la capacità di un soggetto di porsi in relazione con il proprio contesto – fisico e sociale – trasformandolo). In entrambi i casi l’implicazione che ci pertiene riguarda gli spazi entro i quali il “cosa” e il “fare” si danno. La prima prospettiva è di tipo funzionale: si sta assieme per fare qualcosa e quel qualcosa è giudicato (dai soggetti e dalla ricerca che li osserva), rilevante. La seconda è di tipo pragmatico: si sta assieme poiché questo è ritenuto per qualche motivo vantaggioso (il “cosa” rimane in secondo piano). Traslando la definizione di Sennett, si potrebbe dire che la condivisione «è grossomodo uno scambio in cui i partecipanti traggono vantaggio dall’essere insieme».

Seguendo la prima prospettiva vengono messi in evidenza forme più o meno robuste e istituzionalizzate della condivisione, i cui protagonisti sono comitati, associazioni, gruppi, reti. C’è un’infrastrutturazione sociale e politica di base e la condivisione è espressione (o ha l’obiettivo) di accrescere il senso civico dei singoli (qualche volta di difendere posizioni acquisite). Questa prospettiva guarda a esperienze di lungo periodo, che affondano le loro radici nell’attivismo sociale di fine XIX e haanno avuto una particolare attenzione da parte del progetto moderno.

Seguendo la seconda prospettiva vengono messi in evidenza forme della condivisione che avvengono «senza avere nulla intorno», come ci suggerisce Alessandro Pizzorno. Non c’è un’infrastrutturazione di base: c’è l’azione di individui che cercano di superare le difficoltà dello stare da soli e non necessariamente hanno interessi convergenti. Questa prospettiva guarda a fenomeni che sembrano connotare più specificamente la città di questi anni.

Le due impostazioni sono dunque profondamente differenti, anche se l’una non supera, né esclude completamente  l’altra. Solo la prima richiama la ristrutturazione dello spazio pubblico novecentesco (in senso habermasiano) e le implicazioni che questa ristrutturazione ha sullo spazio materiale, fisico della città. In essa, quel che conta è l’uso normato dello spazio. La seconda attribuisce analoga rilevanza allo spazio, ma prescinde dal carattere normato (mentre non prescinde dagli aspetti giuridici della proprietà e il modo in cui si intreccia ad essi è interessante).

Le due prospettive innestano diverse indagini e diverse esplorazioni progettuali. La prima suggerisce analisi tecniche sugli spazi che il progetto moderno affida alla condivisione (parrocchia, oratorio, cortile, giardino pubblico, playground, centro sociale, ecc.). Ne individua alcuni “campioni” di cui indaga 1. la consistenza: come sono fatti, quali dimensioni hanno, in quali relazioni si pongono tra loro e con altri spazi, 2. ricostruisce la storia del loro progetto, i modi dei disegni e dei discorsi che li riguardano, interpretando il significato che è a loro affidato entro una specifica idea di città, 3. sviluppa comparazioni con progetti e luoghi analoghi, organizzandole in repertori e traduce la comparazione in diagrammi sintetici dei loro caratteri materiali e degli usi ipotizzati , 4. Di questi luoghi indaga gli usi attuali: i processi di abbandono, uso parziale, riuso. Ovvero i processi di rifunzionalizzazione ad opera di associazioni, gruppi, comitati  che si calano entro questi spazi, li riutilizzano a proprio modo, così come de Certeau dice fanno sempre le pratiche, con l’astuzia che permette loro di riscrivere ordinamenti spaziali, economici e simbolici. Il progetto esplora dunque le relazioni tra caratteri fisici, usi e riusi di quella che è considerata una fondamentale infrastrutturaizone di base della città moderna. I temi che solleva sono quelli della dismissione dello spazio pubblico; del riciclo; delle strategie di estetizzazione, o di messa in sicurezza. Si tratta di una direzione di lavoro consolidata, che richiede di essere sviluppata con precisione e su un campo sufficientemente ampio. Al centro c’è “il che cosa” della condivisione, i suoi spazi e la rete istituzionalizzata dei sui attori. Ricerche come quella ipotizzata su Falchera, o sull’area Belcun a Breda possono assumere utilmente questa direzione.

La seconda prospettiva costruisce indagini attorno all’essere da soli e all’essere insieme. Cerca di capire come sono negoziate queste due condizioni nello spazio della città. O meglio quale sia l’intreccio tra il riconoscimento formale del diritto a stare soli/insieme e le condizioni materiali che favoriscono o ostacolano questo diritto. E quale sia la traduzione di questa doppia condizione nel progetto e nella città (una traduzione mai scontata se si pensa, ma è solo un esempio, a come uno stesso tipo di spazio, il giardino, si stato pensato all’inizio degli anni 50 da Luis Barragán come il luogo dell’intimità, difesa di una sovraesposizione dell’individuo moderno sulla scena del pubblico e 50 anni dopo, entro una certa declinazione del progetto di paesaggio, come il luogo dello stare liberamente con altri, in piccoli gruppi capaci di contrastare la solitudine dell’individualizzazione).

Una tale indagine produrrà un diverso tipo di materiali: 1 mappe e sezioni di parti di città che mostrino la densità o la rarefazione dei luoghi utilizzati per stare assieme/da soli; il loro calarsi entro alcuni specifici tessuti, 2. si interrogherà sul modo in cu queste condizioni si avvantaggiano di interruzioni negli usi di spazi o edifici, 3 formulerà ipotesi attorno alla loro riconoscibilità simbolica e al modo in cui lo stare assieme/da soli si compongono reciprocamente. Non si tratta di costruire repertori, come già hanno fatto alcune ricerche negli ultimi dieci anni (ad es. la ricerca coordinata da Florian Haydn e Robert Temel, Temporary Urban Spaces, Birkhäuser, 2006), ma di riportare il ragionamento a livello urbano, chiedendosi come nicchie di socialità e luoghi dove stare soli disegnino (a mezzo della loro presenza, separatezza, introversione, parziale sovrapposizione), la città contemporanea. Queste mappe e queste sezioni verranno fatte interagire con diverse ipotesi delle trasformazioni in atto nella parte di città indagata, per produrre scenari di trasformazione. Richerche come quella ipotizzata sull’area di Bosa a Bogotà, possono assumere questa direzione.

Comune alle due indagini dovrebbe essere una certa cautela: l’infrastrutturazione istituzionale rischia sul piano dell’innovazione e la dicotomia tra stare soli/insieme rischia di celebrare la condivisione espungendo gli aspetti conflittuali, difensivi e di chiusura, cioè la profonda ambiguità che la concerne.

Cristina Bianchetti

I due paper presentati alla Conferenza di Pescara saranno a breve nella sezione risorse del blog.

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