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Dwelling, beyond the season of neo-phenomenology

In the last fifteen years dwelling has once again become a topic of debate: practices, forms, experiences and places have all been studied. Attempts have been made to understand its various forms, especially the informal, temporary and shared. A complicated concept such as experience has become a key issue, and harsh criticism has been raised about the concept of dwelling linked to the functional specialisation of space. Phenomenological study, this season’s buzzword, has sparked heightened interest in the recognition of diversity, classification, and a sort of hyperrealist aesthetics focusing on exploring even the minutest aspects of our daily life. A real passion for diversity which, in some cases, has depoliticised the problem, characterising dwelling as forms which, although different, are all equal.

Today what we see is a dual movement. On the one hand, the outcome of that season: the celebration of dwelling as the “implementation of ideas about one’s place in time and space”: something believed to be closely associated with the aspirations of each individual, family or enterprise. Almost as if individual ambition involves only the private sphere, rather than being part of an institutional framework. On the other hand, the pulverisation of the right to live in a world of rights, privileges, powers and immunities which, all together, no longer need to refer to a higher principle of justice (contrary to the right to dwell which is guaranteed by the Constitution), but originate from a game of differences and contrasts. Obviously, one could say that these two aspects are reciprocal: one triggers the other. But this is a ‘loaded’ explanation: it superimposes analytical planes which are best kept apart. Since the former has already been addressed, it’s worth focusing on the latter. (Full paper presented at the XV Conference Siu. Società italiana degli Urbanisti, L’urbanistica che cambia. Rischi e valori, Pescara May 10-11, 2012. Pdf download from the resources of this blog)

Cristina Bianchetti

Negli ultimi quindici anni si è tornati a riflettere sull’abitare: si sono osservate le pratiche, le forme, le esperienze e i luoghi dell’abitare. Si è cercato di coglierne la varietà, con una particolare attenzione all’informale, al temporaneo, al condiviso. Si è messo al centro un concetto complicato come quello di esperienza e sono state duramente criticate le concezioni dell’abitare legate a criteri di specializzazione funzionale dello spazio. L’indagine fenomenologica è il tratto dominante di questa stagione e a ciò si deve la particolare attenzione rivolta al riconoscimento di diversità, alla catalogazione, ad una sorta di estetica iperrealista impegnata nell’investigare il quotidiano nei suoi minimi aspetti. Una vera e propria passione per la diversità che ha finito, in alcuni casi, con lo spoliticizzare il problema, riconducendo l’abitare a forme che, nelle loro differenze, valgono tutte allo stesso modo.
Oggi, quello che possiamo osservare è una sorta di doppio movimento. Da un lato, l’esito di quella stagione: la celebrazione dell’abitare come «realizzazione delle idee circa il proprio collocarsi nel tempo e nello spazio»: qualcosa che si assume abbia strettamene a che fare con le aspirazioni di ciascun individuo, di ciascuna famiglia, di ciascuna impresa. Quasi l’aspirazione individuale fosse avulsa da una cornice istituzionale e possa ricondursi ad ambito puramente privato. Dall’altro lato, la polverizzazione del diritto all’abitare in un insieme di diritti, privilegi, poteri, immunità che non hanno più, nell’insieme, bisogno di riferirsi ad un principio di giustizia che li trascende (così come è invece per il diritto all’abitazione sancito dalla Costituzione), ma derivano da un gioco di differenze e opposizioni. Si potrebbe ovviamente pensare che i due aspetti siano reciprocamente implicati: l’uno causa dell’altro. Ma questa è una spiegazione impegnativa: sovrappone piani analitici che è più prudente tenere separati. E poiché il primo è stato oggetto di qualche considerazione, qui vale fermarsi sul secondo. (Full paper presentato alla XV Conferenza Siu. Società italiana degli Urbanisti, L’urbanistica che cambia. Rischi e valori, Pescara 10-11 maggio 2012, tra i materiali del blog il pdf scaricabile)

Cristina Bianchetti



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