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What’s a house worth? Considerations based on the Chilean experience

In recent years numerous studies have shown how the way we live or dwell is much more multifaceted than it was a few decades ago. House = family is becoming an ever more obsolete equation, and rarely do people live in the same house their whole lives. Increased mobility and greater social fragmentation have eroded the meaning of house. In addition, the crisis caused by the real estate bubble has cast doubts on a house’s economic value. They were once considered a safe investment; today with the fall in property transactions and the serious difficulties encountered by the construction industry, buying a house is no longer a sure-fire investment.

This encourages the reuse or reassessment of existing heritage and raises serious doubts about new constructions. Faced with these uncertainties, it’s more than logical to review the issue John Turner raised in the seventies, i.e., the values we can assign to housing.
Chile can help us in our discussion: since the fifties the country has experimented with conventional policies as well as policies aimed primarily at solving the problem of housing for the poor. For several decades the latter involved incremental housing strategies for new constructions and the restoration of existing buildings; however it is difficult to assess how successful they were. Although it certainly helped to solve the housing shortage, it also encouraged horizontal urban growth creating huge sprawling neighbourhoods in which quality was, and continues to be, a debated issue.
However, rather than review the results, I’d like to focus on the policies implemented to solve the urgent request for housing units and the growing demands of the population, demands that have gradually influenced the housing issue. In particular, these policies challenged a very deep-rooted concept of Chilean culture that lasted for the entire twentieth century: that the State had to give everyone a “proper house”. (Full paper presented at the XV Conference Siu. Società italiana degli Urbanisti, L’urbanistica che cambia. Rischi e valori, Pescara May 10-11, 2012. Pdf download from the resources of this blog)

Emanuel Giannotti

 

Cosa una casa vale. Alcune riflessioni a partire dall’esperienza cilena

Molte ricerche, in anni recenti, hanno mostrato come l’abitare, oggi, sia una pratica molto più variegata rispetto a solo qualche decennio fa. Sempre meno la casa si identifica con la famiglia nucleare e sempre meno è una sola per tutta la vita. Un’accresciuta mobilità e una maggiore frammentazione sociale hanno eroso il significato attributo alla casa. Da un altro lato, la crisi legata alla bolla immobiliare ha messo in discussione anche il suo valore economico. Se generalmente la casa è stata ritenuta un investimento sicuro, oggi, a fronte del calo delle compravendite e del serio affanno dell’industria delle costruzioni, non è più così certo che il mattone sia il modo migliore per salvaguardare i propri risparmi.

Questa situazione sospinge verso il riuso e la rivalutazione del patrimonio esistente, mentre solleva molti dubbi rispetto alla costruzione del nuovo. Di fronte a tali incertezze, ha senso riprendere la questione che John Turner ha sollevato negli anni Settanta, cioè quale sia il valore da attribuire a una casa. Il caso cileno può dire qualcosa in merito, poiché fin dagli anni Cinquanta, a fianco delle politiche convenzionali, ne sono state sperimentate altre, rivolte soprattutto al problema abitativo dei più poveri. Per diversi decenni, quest’ultime si sono spesso affidate a strategie incrementaliste, sia per la costruzione del nuovo, sia per il recupero dell’esistente, il cui esito, però, è di difficile valutazione. Se da un lato hanno contribuito a ridurre sensibilmente il deficit abitativo, dall’altro hanno spesso incentivato una crescita urbana orizzontale, creando vasti quartieri la cui qualità è stata e continua a essere oggetto di discussione.

Ciò su cui mi interessa soffermarmi, però, non è tanto la valutazione dei risultati, quanto il fatto che queste politiche, messe in campo per rispondere all’urgenza del problema abitativo e alle pressanti rivendicazioni popolari, hanno via via ridefinito la questione della casa. In particolare, hanno dovuto mettere in discussione un’idea fortemente radicata nella cultura cilena, che ha attraversato tutto il Novecento, ovvero che lo Stato dovesse adoperarsi per dare a tutti una “casa degna”. (Full paper presentato alla XV Conferenza Siu. Società italiana degli Urbanisti, L’urbanistica che cambia. Rischi e valori, Pescara 10-11 maggio 2012, tra i materiali del blog il pdf scaricabile)

Emanuel Giannotti

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