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Territori cosmopolitani

Elijah Anderson, The Cosmopolitan Canopy. Race and civility in everyday life, W.W. Norton & Company, New York, London, 2012.

In una recente intervista un’anziana e affascinante donna che a lungo ha insegnato inglese ai bambini stranieri figli dei dipendenti di una grande multinazionale racconta che a Rochester, Minnesota – pieno mid-west degli Stati Uniti – nel 1970, lei e il marito erano due dei soli sette neri in una città di 37 mila abitanti.  Hotel Hilton, Manhattan, New York, febbraio 2012, Elijah Anderson, tra i più noti etnografi statunitensi e professore alla Yale University presenta il suo ultimo libro nell’ambito del convegno annuale della American Geographical Association, 7 mila partecipanti. Ad eccezione dell’autore e di uno spettatore, il pubblico in sala – un centinaio di studiosi – è interamente composto da bianchi.

Come ogni volume che apre ad una riflessione sulle differenze, il testo di Elijah Anderson presenta certamente aspetti controversi e richiede una lettura attenta e consapevole degli elementi del contesto storico e culturale cui si riferisce. Il rilievo che Anderson attribuisce ai ‘cosmopolitan canopies’, ovvero a quegli spazi di temporanea sospensione della distinzione giocata sul colore della pelle in quel mare di segregazione razziale che sono gli Stati Uniti va certo commisurato al contesto urbano e sociale cui si riferisce. Se a New York, come sostiene Anderson, i canopies sono ad ogni angolo di strada, a Pittsburgh, nelle città della Rust Belt o del profondo sud, l’esperienza della condivisione di uno stesso territorio da parte di diversi gruppi razziali è assai rarefatta e limitata. Per un osservatore europeo, gli spazi che Anderson mette sotto osservazione quali preziosi canopies di un possibile cosmopolitanesimo sono riconducibili all’immagine quasi ordinaria di spazi aperti pubblici nella città consolidata, frequentati intensamente e ben disegnati, relativamente frequenti in molte città europee. Diverso è certo il caso della città americana contemporanea ma di questo è forse impossibile avere cognizione se non si ha esperienza diretta di una città costruita funzionalmente alla mobilità automobilistica. Nel corso del novecento, la pressione crescente del movimento per i diritti civili negli Stati Uniti ha prodotto cambiamenti significativi nelle relazioni razziali, ma anche ambiguità e promesse che non hanno posto rimedio a ineguaglianze che sono strutturali e che vedono i neri strettamente associati ad uno status inferiore. Se spostiamo il fuoco dell’attenzione dalla conformazione e dal carattere degli spazi pubblici che Anderson descrive alla questione della ‘color line’ che regola la composizione dei loro frequentatori, il volume sollecita qualche ulteriore attenzione nell’esplorazione dei territori della condivisione in Italia e in Europa. Condivisione di chi e tra chi? ci si potrebbe chiedere. Se e quale ruolo giochi il colore della pelle – quasi un tatuaggio della propria differenza come indicato da Anderson – nelle pratiche sociali della città contemporanea appare una questione non tematizzata e ampiamente inesplorata in Italia e in Europa.

Massimo Bricocoli

 

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