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Torino. Spina3

Spina 3 è il vecchio distretto torinese delle Ferriere, solcato dal fiume Dora che vi disegna un’ampia ansa, delimitato a est dalla ferrovia, a poca distanza dal centro della città. Un’area di grande ampiezza: più di un milione di metri quadrati, sei volte l’area del Lingotto, un terzo di quella di Mirafiori. In poco più di una decina d’anni, l’area passa letteralmente di mano. Alla metà degli anni Ottanta, cinque soggetti privati detengono l’80% della proprietà dei suoli. Sono i gruppi industriali, Fiat, Michelin, Savigliano, Ingest (ancora Fiat), Paracchi. Quindici anni dopo la proprietà privata, frammentata tra i numerosi nuovi attori, arriva al 30%. Il resto è suolo pubblico. Un capovolgimento del tipo di quelli fortemente auspicati entro le traiettorie degli studi urbani che affidano al regime dei suoi e al suo governo la responsabilità delle trasformazioni. Ma nonostante il capovolgimento, gli esiti a Spina 3 non sono stati quelli attesi. Torri e isole residenziali hanno sostituito le officine per la lavorazione dei metalli e della gomma, rendendo visibile l’esternalizzazione dei processi di ristrutturazione dell’impresa a mezzo del mercato immobiliare e dei suoi attori. Nel disegno del quartiere spicca la presenza di grandi spazi commerciali. Lo spazio affidato all’automobile dichiara le difficoltà di muoversi altrimenti. Un grande parco di 45 ettari è il cuore dell’intera operazione: un luogo notevole che a dispetto delle buone intenzioni e dei cospicui finanziamenti non riesce a costruire legami con altri importanti spazi urbani.

Si potrebbe dire che Spina 3 rappresenta un brano di città dispersa dislocato a seicento metri di distanza da piazza Statuto. L’affermazione è per alcuni aspetti paradossale e non ha ovviamente a che fare con i caratteri fisici e morfologici, quanto con alcune dinamiche che rimandano strettamente a condivisione e socialità. Questo luogo pone un insieme di questioni non dissimili da quelli che la diffusione ha posto altrove, in quanto espressione tipica di una società individualizzata. E questo nonostante l’intenzione di riportare bene dentro la città quell’area di quasi un milione di metri quadrati di superficie, sottratta dall’industria. E’ con questa prospettiva rovesciata che è utile tornare ad osservare Spina 3.

Come nei territori della dispersione, più che lo spazio aperto qui vale lo spazio della casa. Il balcone è trattato in modo analogo al giardino, riempito di quanti più fiori, tavolini, tappeti, accessori è possibile. Protetto dal vento e dagli sguardi. Ripropone in sequenza verticale lo stesso identico spazio individuale.

Dello spazio pubblico conta ciò che si pone come prolungamento di quello privato: innanzitutto quello dei percorsi quotidiani. Più in generale lo spazio esterno è percepito come risposta al proprio diritto ad avere risposte funzionali: innanzitutto deve servire. Non si rivendica un semplice diritto ad usufruirne. E non è importante quando si utilizza, ma per fare cosa e con chi. In un certo senso è il contrario di quell’idea moderna di città che nello spazio aperto celebra la possibilità di muoversi senza obiettivi precisamente definiti, in compagnia di estranei. Rimane in ogni caso ben distinto dagli spazi comuni utilizzati in forme controllate. Ad esempio gli interni delle “Isole” nell’area ex Valdocco, dove il cuore della corte è circondata da corone segmentate di spazi appropriati in modo progressivo, fino a quelli ben protetti ai piedi degli edifici. O il suolo  duro, tra le torri nel settore Michelin Nord. Spazi spesso vuoti (ad eccezione dell’uso che ne fanno i bambini), che nondimeno contano più degli spazi tradizionali di socializzazione (come la scuola) e più del parco stesso. Non è sempre chiaro chi abbia diritto a starci e qualche volta (come nel caso del cortile di via Rosai) questo genera conflitto.

  

 

Molti aspetti sembrano convergere su una diffidenza di sfondo, in un’area che in passato ha visto una fitta e solidale condivisione. La fabbrica è stata, come ancora recentemente scrive Sennett, luogo denso di relazioni sociali, di collaborazione e routine, segnato da un’urbanità fatta di contrapposizioni, rapporti di forza, condivisioni e conflitti. A quella socialità robusta, di marca fordista, oggi a Spina 3 fa riscontro un tipo molto diverso di socialità. Legata quasi unicamente alla famiglia e al condominio nei suoi caratteri materiali: luogo da proteggere negli spazi e nei valori. Una socialità corta nella quale conta lo stare vicino a figli o genitori, accudire un parente, preoccuparsi della sicurezza dei cortili. Nella quale si sente la mancanza di un tessuto associativo un po’ più robusto.

Attorno a famiglie selezionate in modo omogeneo dal mercato in senso anagrafico e di reddito, attorno a condomini che necessitano una difesa dei luoghi e dei valori, si ricrea un noi. In entrambi i casi un noi arroccato e debole che non ha nulla delle forme di condivisione che si colgono altrove nella città conemporanea. L’esperienza urbana è più privata che pubblica (un ossimoro): ristretta a cerchie familiari o di vicinanza. Poco urbana. Più propensa a stare dentro gli spazi del condominio che a muoversi tra le diverse parti del quartiere. La protezione della domesticità e la messa in scena di sé avvengono principalmente entro cerchie ristrette.

La sfida principale che questi luoghi pongono al progetto è immaginare, entro questo insieme di rigidità, i caratteri di una trasformazione che sia in grado di andare oltre la divisibilità progressiva e l’arroccamento. Oltre le istituzionali “feste del quartiere”. Se gli usi oggi sono fortemente contenuti nelle forme (con scarsi margini di invenzione e riscrittura), potrebbe essere utile provare a sfilacciare le forme (che qui definiscono “parti” ben riconoscibili, distanti e introverse). Contrastare l’idea che sempre si possa procedere per ulteriori suddivisioni e chiusure. Provare a spezzare la continuità e l’astrattezza per sperimentare soluzioni differenti da quelle adottate nei comparti residenziali e nel grande parco che ha la pretesa di reggerli.

Appunti a valle delle interviste e dei sopralluoghi  effettuati nel 2008 da Cristina Bianchetti

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