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Geneva. Les Grottes

Rue des Grottes in the district of Les Grottes and Rue Jean Senebier in the old city center

Les Grottes is located next to the Cornavin railway station on the opposite side of Lake Geneva: it is a big enclave with well-defined entrances and internally divided into several different sections. In the late twenties attempts to renovate the neighbourhood were met with resistance and hostility towards all forms of modernisation implemented (sometimes radically) in Geneva during the twentieth century. In time, the rather bizarre atmosphere of Les Grottes, with its squatters and cultural and anarchic overtones, became institutionalised. The first thing one realises when entering Les Grottes are the many different places, signs, thresholds, ground levels and customs. Variety is not just diversity. It is also overabundance and the slightly artificial feeling of freedom that places acquire when radicalised by squats.

Variety, overabundance and freedom contain several contradictions. Les Grottes is a neighbourhood on public land that has nothing to do with the forms and customs of a “public city”. It’s a place with a non-existent economy located in the centre of a city that is one of the most vibrant financial centres in Europe. Although living in this neighbourhood appears to be based on the concept of freedom, it is nonetheless regulated by a series of norms and rules about behaviour (cars cannot enter, small areas have to be left as gardens, internal surveillance services). It’s a sort of false urban stage, in other words a space where everyone and everything is continuously on stage; a theatrical space packed with installations, impromptu performances and spontaneous parties. Finally, certain policies, statements and actions focus on the preservation of Les Grottes.

Rather than the more or less picturesque spaces and more or less ideological lifestyles, what is preserved in Les Grottes is the concept of conviviality, considered as the distinctive trait of the neighbourhood: “Les Grottes offrent une chance à un habiter alternatif, qui valorise le principe de la convivialità”. Many people believe this is legacy leftover from the time when the battle raged against changes in the neighbourhood. Conviviality is a buzzword adopted by many support and action associations (for example, the historic Fondation pour l’Aménagement des Grottes, the Grottes Vertes Association and the Amis des Grottes Association). Tables and chairs left in the open spaces of block 13 invite people to stop in places that look like someone’s interior living space (as per the meaning used by Sloterdijk): protected, comfortable areas where one feels at home. Putting one’s things outside one’s front door is a way to become reciprocally visible, for example along the pavements in Rue de l’industrie. The fact one can cross places which, given their position and condition, would appear to be part of a condominium, for example in Jacob Spon Square, also creates the feeling of having something in common, something shared and not separate. Even the devices used to filter access to the neighbourhood, for instance to the Schtroumpfs complex, are rather discreet: no fencing, gates or barriers, just a dissuasive reshaping of the terrain. Lowering the level of the communal garden to street level is probably not a very original trick, but it’s very clear and effective.

Les Grottes is a neighbourhood packed with signs: a stratification which through accumulation gives the opposite impression, one of total permeability, effortlessness living and sharing, the liberty to live freely and at ease not only in one’s own domestic and intimate spaces, but also in more exposed and communal areas. An inversion. Likewise, the feeling of freedom and liberty is also inverted when the State is anything but a token State: it owns most of the land, establishes rights, privileges, powers and immunity, and allows various forms of legitimate and illegitimate appropriation. In the background, nestling in what has been called the smallest European metropolis, it’s easy to catch a glimpse of the concept of a city as a village.

As mentioned earlier, resisting modernisation was the leitmotif of the neighbourhood for the whole of the twentieth century. Resistance against forms of control over the use of the land and the buildings. Resistance against specialisation, functionalisation and redevelopment. Today it includes resistance to less ideological contemporary forms of sharing, but more temporary and sporadic than in other parts of the city. Forms less rooted naively to the ground. It’s difficult to imagine that any other form of sharing is possible in Les Grottes. Almost as if it’s impossible to implement other options or other innovative forms of conviviality in Les Grottes where sharing been celebrated, affirmed and preserved. Here it would be impossible for a project to include the quiet and controlled forms of modern sharing, but neither can it remain within the boundaries created by the history of the neighbourhood. Les Grottes is not a design space for a contemporary city. It’s possible to hold on to its history and conditions, but it’s impossible to ignore the rigidity they create.

Notes taken after the site investigation in February 2012 by Cristina Bianchetti


Ginevra. Les Grottes

Les Grottes è un quartiere di Ginevra adiacente alla stazione ferroviaria di Cornavin, sul lato opposto al lago: un’ampia enclave, segnata nei punti di accesso e articolata al proprio interno in situazioni differenti. Dalla fine degli anni venti, teatro di una lunga vicenda di tentativi di risanamento ai quali si oppongono episodi di resistenza e contrasto nei confronti di tutte quelle forme di modernizzazione che, lungo il Novecento, hanno investito (a volte in modo radicale) la città di Ginevra. Tra occupazioni di squatters, connotazioni culturaliste e anarchiche, l’anomalia di Les Grottes si è istituzionalizzata.  La prima cosa che si coglie di Les Grottes è la varietà di luoghi, di segni, di soglie, di livelli del suolo, di pratiche. La varietà non è solo diversità. E’anche sovrabbondanza e un senso un po’ artificiale di libertà che acquistano i luoghi dove si è radicalizzato il movimento squat.

Varietà, sovrabbondanza, libertà contengono numerose contraddizioni. Les Grottes è un quartiere cresciuto in gran parte sul suolo pubblico che non ha nulla a che fare con le forme e i modi della cosiddetta “città pubblica”. E’ un luogo che si regge su un’economia inesistente, ben piantato al centro di una città che è uno dei centri vivi della finanza europea.  Dichiara una libertà di abitare che nondimeno risulta fittamente regolata da norme (che vietano alle automobili di circolare, che chiedono di preservare piccoli spazi trattati a giardino, che enumerano i comportamenti vietati, che enunciano servizi di sorveglianza interni). E’ una sorta di finta quinta urbana, ovvero uno spazio nel quale si svolge una ininterrotta rappresentazione: caratterizzato da una teatralità generalizzata di installazioni, improvvisazioni, feste spontanee. Infine, Les Grottes è oggetto di patrimonializzazione da parte di politiche, dichiarazioni, azioni.

Prima ancora degli spazi (più o meno pittoreschi) e i modi dell’abitare (più o meno ideologici), ciò che viene patrimonializzato è un’idea di convivialità che si afferma essere il carattere specifico del quartiere: «Les Grottes offrent une chance à un habiter alternatif, qui valorise le principe de la convivialità». Eredità, sostengono in molti, della stagione di lotte tese a preservare il quartiere dai processi di trasformazione. La convivialità trova motore nelle numerose associazioni di sostegno e attivazione (la storica Fondation pour l’Aménagement des Grottes, l’associazione Grottes Vertes, l’associazione Amis des Grottes, ad esempio). E trova espressione nello spazio. Tavoli e sedie lasciate negli spazi aperti dell’ilôt 13, invitano a fermarsi entro luoghi che hanno il carattere di  interni (nel senso dato a questo termine da Sloterdijk): spazi protetti, confortevoli, nei quali sentirsi a proprio agio. Le proprie cose esposte di fronte a casa dichiarano una volontà di rendersi visibili gli uni agli altri , come nei marciapiedi di Rue de l’industrie. La possibilità di attraversare spazi che per posizione e definizione, si direbbero condominiali, come in Square Jacob Spon costruisce anch’essa un senso di qualcosa che è in comune, non separato. Anche i dispositivi tesi a selezionare gli accessi, come nel complesso degli  Schtroumpfs, mostrano una certa discrezione: non recinzioni, chiusure e barriere, ma una modellazione del suolo dissuasiva: abbassare il giardino condominiale dal livello della strada è un espediente probabilmente poco originale, ma chiaro ed efficace.

Les Grottes è un quartiere fitto di segni: una stratificazione che conferisce, per accumulo, l’impressione contraria di una totale permeabilità, di una certa facilità ad abitare e condividere, di una libertà dello stare a proprio modo negli spazi intimi, domestici e in quelli esposti, comuni. E’ un rovesciamento. Così come rovesciata è l’impressione di autonomia e libertà, laddove lo stato non è affatto uno stato minimo: è proprietario di gran parte del suolo, definisce le condizioni di diritti, privilegi, poteri, immunità, permettendo diverse forme di appropriazione legittime e non legittime. Sullo sfondo è facile cogliere, ben piantato in quella che è stata definita la più piccola metropoli europea, un’idea di città come villaggio.

La resistenza alla modernizzazione ha segnato il quartiere lungo il corso del Novecento, come si è detto. E’ stata resistenza a forme di controllo dell’uso del suolo e degli edifici. Resistenza alla specializzazione, alla funzionalizzazione e alla riqualificazione. Oggi è anche resistenza a forme contemporanee di condivisione, meno ideologiche, più occasionali e sporadiche di quelle esibite in questa parte della città. Meno radicate al suolo in  forme naïf.  Difficile immaginare a Les Grottes la possibilità di accogliere una condivisione diversa. E’ come se nel luogo in cui essa è celebrata, affermata, patrimonializzata non resti possibilità per altre, più innovative forme di convivialità. Qui il progetto non può certo immaginare le forme quiete e controllate della condivisione del moderno, ma neppure rimanere confinato entro quelle prodotte dalla storia del quartiere. Les Grottes non è uno spazio di progetto per la città contemporanea. Si può aderire alla sua storia e alle sue condizioni, ma non si possono ignorare le rigidità che ne derivano.

Appunti a valle del sopralluogo effettuato il 23 febbraio 2012 da Cristina Bianchetti

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