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Concerns regarding individualisation

In this line of work, shared space is considered as environments that are modifiable and innovative compared to the rules governing the territory. Together they define an extremely varied and flexible study area. Not only because sharing dies and resurfaces in different places. But because it continually ends in weaker forms or becomes institutionalised. So it’s difficult to examine using traditional technical formulas of territorial planning. One of the problems associated with shared territories is their relationship with processes of individualisation. To what extent does sharing (which nonetheless has its reasons) depend on the anxiety of individualisation?

It’s interesting to note that in very different contexts where individualisation is a concern because it is gradually beginning to characterise the evolution of urban societies, reactions tend to be similar. Reference is made here to Simmel’s considerations about sociability (Georg Simmel, La socievolezza, edited by Gabriella Turnaturi, Roma, Armando 2005, the text is based on a conference held in 1910).

Sociability is certainly not sharing. And the city Simmel refers to is certainly not a neoliberal city. This kind of comparison is, generally speaking, a trap. But it’s worth pointing out that Simmel, like other critics of early twentieth-century modernity, is not interested in a social theory, but in an idea based on limited and discontinuous aspects of social reality found in common experiences. (The excellent book by David Frisby, Frammenti di modernità, Il Mulino, 1992, orig. ed. 1985, is still useful to understand the relationship between Simmel, Kracauer and Benjamin). Simmel focuses on studying the way in which an individual experiences a new social reality. He took Berlin as his case study, a city that underwent huge spatial and demographic changes between the late nineteenth and early twentieth century. Its population increased enormously due to immigration and urbanisation: all foreign immigrants and all without roots. In other words, “everyone is both the originator and witness of the growth of a metropolis and ensuing changes in its condition. This is a structural, anthropological, subjective and objective shift” (comments by Turnaturi in his introduction to the book on sociability). Even the concept of sociability is based on the consideration that ‘it’s every man for himself’, on the tendency for an individual to become introverted.

We’ve said it before: comparisons are a trap. When it comes to sharing or sociability an individual has to deal with the problem of his place in society and how to combine his individual existence with the goals of the community. In both cases it involves a sophisticated bond and a cultural product. It touches upon the concept of faire société theorised by Donzelot. Comparisons probably stop here.

Cristina Bianchetti

Preoccupazioni per l’individualizzazione

Gli spazi della condivisione sono intesi, entro questa linea di lavoro, quali ambiti aperti alla modificazione, innovativi rispetto alle regolazioni d’uso del territorio. Nell’insieme definiscono un campo di studio fortemente variegato e mobile. Non solo perché la condivisione si disfa e si riforma in luoghi differenti. Ma perché sfocia continuamente in forme più deboli o si istituzionalizza. Ed è difficile pertanto da trattare entro formule tecniche, proprie della pianificazione territoriale. Una delle questioni che i territori della condivisione pongono è il loro legame con i processi di individualizzazione. Quanto la condivisione (che pure ha molte ragioni) discende dal disagio dell’individualizzazione?

E’ interessante notare che in un ben altro contesto di preoccupazione per l’individualizzazione come carattere emergente di una società urbana in trasformazione, si osservavano reazioni per alcuni aspetti simili. Ci riferiamo alla riflessione di Simmel sulla socievolezza (Georg Simmel, La socievolezza, a cura di Gabriella Turnaturi, Roma, Armando 2005, il testo prende forma da una conferenza tenuta nel 1910).

La socievolezza non è certo la condivisione. E la città alla quale guarda Simmel non è certo la città neo-liberista. Confronti come questi, in generale, sono trappole. Ma vale la pena notare che Simmel, come altri critici della modernità di inizio Novecento (sui rapporti tra Simmel, Kracauer e Benjamin è ancora utile il bel testo di David Frisby, Frammenti di modernità, Il Mulino, 1992, ed or. 1985), non è interessato ad una teoria sociale, bensì ad un pensiero che si sviluppa a partire da aspetti limitati e discontinui della realtà sociale, colti nell’esperienza comune. Oggetto della sua ricerca è il modo in cui l’individuo esperisce una realtà sociale nuova. Le sue riflessioni guardano ad una città (Berlino) che conobbe straordinarie trasformazioni spaziali e demografiche tra fine Ottocento e inizio Novecento. La popolazione aumenta rapidamente a causa dellʼimmigrazione e dellʼinurbamento: tutti sono stranieri e senza radici. In altri termini, «tutti sono allo stesso tempo artefici e testimoni della crescita di una metropoli e della conseguente trasformazione della propria condizione. Si tratta di un mutamento strutturale ed antropologico, soggettivo ed oggettivo» (così Turnaturi nell’introduzione al volume sulla socievolezza). Anche l’idea di socievolezza nasce da una riflessione sulla fatica dell’essere ciascuno per sé, del ripiegarsi in sé dell’individuo.

I confronti sono, appunto, una trappola. Ma nella condivisione come nella socievolezza, l’individuo affronta il problema di quale sia il suo posto nella società e di come sia possibile far convivere esistenza individuale e finalità collettive. Nei due casi si tratta di un legame sofisticato e di un prodotto culturale. Allude alla  pratica del faire société, nel senso di Donzelot. I confronti, probabilmente, si fermano a qua.

Cristina Bianchetti

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