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A proposito di condivisione e quotidiano

Tavoli e sedie nei giardini, esposizione di sé e delle proprie cose, incertezza dei confini che separano lo spazio nel quale stare da soli e lo spazio nel quale stare con altri. Uno sguardo rivolto alla condivisione mette in evidenza i modi con i quali si riscrivono, nella città contemporanea, le forme di prossimità. Porta ad osservare l’espressione della volontà di essere riconosciuti, i modi della familiarità. Numerosi sembrerebbero, a prima vista, i punti di contatto con un approccio di analisi del quotidiano che ha avuto in passato qualche successo ed è stato riscritto, negli anni Novanta, entro le posizioni dell’Everyday Urbanism, con le sue pretese di rendere familiare lo spazio generico, giocando con il comfort, l’intimità, la possibilità di estendere l’economia domestica allo spazio urbano. Come quando un parcheggio diventa esposizione di fiori coltivati da sé e venduti in occasione di qualche domestica festività. Approccio delle buone intenzioni e delle piccole pretese, che rivendica padri nobili (Henry Lefebvre, Michel de Certeau, Guy Debord) e abbandona l’ambizione di trasformare il mondo attraverso piani comprensivi, grandi operazioni o buone pratiche (o forse, abbandona semplicemente la pretesa di trasformarlo). Attraversato da un certo idealismo attorno ai temi della social equity, della cittadinanza e della partecipazione. L’Everyday Urbanism descrive l’abitare come esperienza vissuta e condivisa. Tratta del banale, dell’ordinario, della routine. Osserva spazi minuti, modesti: «micro-utopias, perhaps contained in a sidewalk, a bus banch or a mini-park» (in J. Leighton Chase, M. Crawford, J, Kalinski, Everyday Urbanism, The Monicelli press, 2005, p. 10, citazione richiamata anche da Anna Todros).

I luoghi che osserva l’Everyday urbanism sono spesso luoghi di condivisione. Ma c’è una differenza essenziale tra la prospettiva di Crawford e Chase e quella che vogliamo discutere entro questa linea di lavoro. E risiede proprio nel termine città. Alla base dell’Everyday Urbanism vi è un’idea di città come villaggio: un’attenzione particolare alle pratiche a piccolo raggio, un elogio delle differenze e delle specificità che non possono essere facilmente riprodotte. L’abitare è principalmente faccenda di specificità locale, di appartenenza, di piccole comunità. Questo modo di pensare l’abitare nega che le specificità possano essere lasciate alle spalle per rifugiarsi nel regno di valori universali (quelli kantiani del XVIII, come quelli moderni del XX), contro i quali si affermano, appunto, valori e micro-utopie modeste, minute. Al centro è il villaggio, l’aggregazione locale, il raggruppamento, la comunanza, la fiducia nei vantaggi della vicinanza.

Osservare la condivisione permette di sviluppare una doppia critica all’Everyday Urbanism. La prima concerne l’accezione semplificata dell’abitare che questi propugna. Un abitare che ha espunto la dimensione del diritto e con essa il suo fondamento nel rapporto tra stato e cittadini. Le forme dell’abitare (anche quelle abusive, informali, marginali, individuali, condivise, temporanee) si costruiscono su un patto implicito che le rende possibili, praticabili. Vi sono forme dell’abitare entro le quali il patto tra stato e cittadini risulta assolutamente evidente. L’abitare nella cosiddetta città pubblica ne è l’espressione più chiara: ha come fondamento il riconoscimento di un diritto sociale e implica l’intervento dello stato, al quale affida un progetto di estensione dei benefici di un buon abitare all’insieme della popolazione, a partire dai gruppi più svantaggiati. Qualcosa che riverbera modelli culturali, meccanismi produttivi e orientamenti delle politiche. Non meno evidente è il patto tra stato e cittadini che riguarda l’abitare nella cosiddetta città diffusa. Qui, ad essere posto come fondamento è il riconoscimento del diritto a scegliere come abitare. Al centro, con più forza, è l’autonomia della sfera privata, l’idea di abitare come possibilità di scegliere. Qualcosa che ha radici nella stagione libertaria e utopica degli anni Sessanta e Settanta e dopo trent’anni si trasforma nel suo contrario: un ridursi dell’abitare allo spazio della famiglia.

Città pubblica e città dispersa sono due espressioni antitetiche dell’abitare. Costruite su diversi rapporti tra sfera intima e sfera pubblica, sull’affermazione o la negazione di idee di vicinato o di quartiere e i loro correlati di familiarità, vicinanza, sicurezza. In esse i luoghi rendono visibile un problema politico, alla definizione del quale ha contribuito in modo rilevante la competenza tecnica, in forma diretta o mediata, esplicita o implicita. Ma anche l’abitare condiviso o quello ridisegnato in forme pittoresche dall’urban bricoleur dell’Everyday Urbanism si riarticolano su forme del rapporto tra stato e cittadini (ovvero sulla formulazione di un diritto). O meglio sono  espressione dell’affermazione, negazione, rivendicazione di diritti (al plurale, come suggerisce Sandra Annunziata): del riarticolarsi del diritto a condividere luoghi e tempi, e del diritto ad essere lasciati in pace; dell’intreccio tra apertura e rispetto da un lato, e timore ossessivo di diventare oggetto di molestie dall’altro. Nelle indagini urbanistiche, l’esaurirsi della stagione neo-fenomenologica sta riportando con forza attenzione a questa dimensione, benché gli approcci al quotidiano, non se ne siano del tutto accorti.

La seconda critica concerne la patrimonializzazione del quotidiano. Ciò che l’Everyday Urbanism e molti degli approcci orientati al quotidiano fanno è, in fondo, patrimonializzare la convivialità, la spontaneità, il carattere ordinario e ripetuto, l’informale. C’è una forte dose di ambiguità attorno al termine patrimonio. Nell’accezione comune, patrimonio è qualcosa che mantiene un carattere narrativo e comprensivo. La domanda di Alain Finkielkraut «di cosa siamo eredi?» problematizza l’idea che il patrimonio coincida con qualcosa che ci è consegnato. Mentre l’aspetto paradossale di tutti gli approcci orientati alle pratiche è quello di naturalizzare   e sopravvalutare il carattere leggero della convivialità. Espunti norme e patti, si ricerca la libertà che si vuole iscritta in una parte della città, che vista da vicino non è affatto leggera, ma esprime un intreccio fitto di diritti, poteri, privilegi, immunità.

Cristina Bianchetti

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