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“The bundle of right related to a thing”

Tra le motivazioni che inducono a pratiche di condivisione nello spazio intravedo i seguenti atteggiamenti:

– condivido per uno stato di necessità (condivido perché non ho alternative al conseguimento di uno livello minimo di benessere) una condivisione che si esplica su temporalità variabili.

– condivido perché credo in un cambiamento di prospettiva (scelgo di condividere anziché di non farlo) su temporalità variabili.

– condivido perché motivata da un interesse verso una forma di condivisione progettualmente orientata,  per tempi brevi (organizzazioni e eventi pop up) o per tempi medi e lunghi (è il caso ad esempio dell’associazionismo e delle lotte).

– condivido luoghi e spazi per il soddisfacimento di bisogni momentanei, per tempi brevi ma ad intermittenza (sono di questi tipo le pratiche di condivisione  che disegnano routine e regionalizzazioni dello spazio urbano per come definite da Douglas e Goffman).

Le motivazioni delle forme di condivisione qui elencate sono riconducibili ad una tensione volontaristica (fatta eccezione per lo stato di necessità) allo “spessimento orizzontale delle relazioni sociali” come descritto da Cristina Bianchetti nell’introduzione ai territori della condivisione. Questo passaggio ci porta però inevitabilmente a pensare alle permanenze/adattamenti che le diverse temporalità dei territori della condivisione costruiscono nello spazio e alle condizioni implicite in cui la condivisione si esplica. In altri termini, affinché i territori della condivisione non siano l’esito inatteso di pratiche volontaristiche, intermittenti, effimere (cosa che mi sembra sia esclusa dalle premesse della ricerca) è necessario capire bene in quali condizioni un territorio della condivisione ha la “capacità di alterare in forma stabile, o anche temporaneamente, forme di proprietà e/o gestioni poco soddisfacenti a vantaggio dei partecipanti della pratica di condivisione e di tutti i cittadini”.

Credo che valga la pena orientarsi a quei territori della condivisione in cui è in gioco una riformulazione delle forme della proprietà, e quindi di lavorare sui soggetti implicati e non nella condivisione: chi è proprietario di ciò che viene condiviso e dello spazio in cui la condivisione avviene; ma anche su quale forma di “diritto di azione socialmente condiviso” (Armen A. Alchian 1973) si traduce al suolo in quel momento, mediante quella pratica? Quello che i territori della condivisione rendono manifesto è a mio parere un diritto ad usare una risorsa, un diritto circoscritto, un “diritto di azione socialmente condiviso” che sottende implicitamente alle pratiche stesse di condivisione. Alla base della condivisione c’è quindi una negoziazione continua tra diritti d’uso e altri diritti (a fare da alter ego al diritto d’uso è solitamente quello di scambio, nell’accezione di Lefebvre ma non sono solo questi i diritti che si fondano nello spazio). Un gradiente di accesso e di condivisione che arriva fino a dove le norme d’uso lo consentono o fino al punto in cui si decide collettivamente che una data  pratica d’uso è accettata socialmente.

Tra l’ossessione neo-comunitarista e l’espressione di una città sempre più individualista vedo questo territorio della condivisione in cui a “riformularsi sono i gradienti di accesso ai diritti d’uso, privilegi, immunità e doveri” che formano quello che Marcuse descrive come “incidenza della proprietà”. E’ convezione della legislazione occidentale parlare di proprietà privata come un “bundle of property right related to a thing” un insieme di relazioni tra le persone e le istituzioni, esito del lungo percorso di costruzione delle norme che regolano la civile convivenza, variabile a seconda dei contesti culturali, dei sistemi legali, prodotto dalla storia e dalla storia modificabile(Marcuse 1996).

Diverse forme di proprietà non sono altro che una “collezione di diritti” e si differenziano tra loro a seconda del meccanismo di inclusione e ed esclusione di diversi soggetti e gruppi dal  “bundle of property right related to a thing”. L’esclusione e l’inclusione di alcuni diritti (divisibili in potere, immunità, privilegi e diritti d’uso) descrive l’incidenza che tutti i cittadini hanno in relazione alla proprietà di un bene.

E’ altrettanto noto che le norme che regolano la proprietà di un bene non determinano quello che posso o non posso fare con il mio bene ma concedono la possibilità di istituire un impedimento, di proibire che terzi possano godere di benefici derivanti dalla mia proprietà. L’esclusione dall’uso, l’impedimento, è un aspetto costituente del diritto di proprietà nella società occidentale. Ed è in questi termini che credo che sia importante per una trattazione, in chiave politica, dei territori della condivisione riflettere attorno alla nozione di bundle of right e di “incidenza della proprietà”. Lo spazio che viene condiviso,o dove la pratica di condivisione si traduce al suolo è soggetto ad un ordinamento, in cui la pratica di esclusione/impedimento è collettivamente riconosciuta. Contrariamente a quanto questa caratteristica del diritto lascerebbe pensare,  quello che si condivide è un diritto ad usare una risorsa, un diritto circoscritto, un “diritto di azione socialmente condiviso” (Armen A. Alchian 1973) che implicitamente sottende alle pratiche di condivisione.

La proprietà quindi, innominabile garante della libertà individuale e dei diritti umani (A. Alchian spiega come l’assunzione che i diritti di proprietà possano minare i diritti dell’uomo sia infondata: i diritti di proprietà sono diritti umani) non è altro che un sistema di relazioni che si instaurano tra le persone e le istituzioni in relazione ad una risorsa (Marcuse 1994 pag 24). E’ su questo piano che entra in gioco la condivisione.

Quello che vorrei provare a fare emergere da un’osservazione  dei territori della condivisione è: quale forma di proprietà e quale “pacchetto di diritti” entra in gioco quando si esercita condivisione? Quale conseguenza hanno per l’interazione sociale alcune forme di proprietà? Come si sono formate? Sono alterabili in modo da accomodare forme di innovazione sociale di cui le pratiche di condivisione sono portatrici?

Quello che è al cuore del problema posto dagli spazi della condivisione è una giusta e socialmente accettabile distribuzione del pacchetto di diritti (e dei doveri) che costituisce la proprietà privata/pubblica e collettiva nella città contemporanea. Quello che mi piacerebbe portare al dibattito collettivo è che i territori della condivisione non possono prescindere da una coesistenza fragile tra diritti di proprietà private e usi collettivi, una coesistenza che ci interroga nei confronti di una riformulazione del “bundle of rights related to a thing” che nelle società occidentali definisce la proprietà privata, in grado di rendere conto della flessibilità nella formulazione delle incidenze della proprietà.

Se assumiamo la definizione di proprietà come un “pacchetto di diritti”, di cose che si possono e non si possono fare in relazione ad un dato bene possiamo avanzare l’ipotesi che le modalità di divisione di questo pacchetto di diritti tra individui, collettività e istituzioni possa variare nel tempo e assumere forme diverse più consone ai bisogni espressi da una società in un dato momento.

La variazione e la permanenza di questi diritti nello spazio è una costituente della città europea e le modalità dei diritti di formarsi nello spazio variano nel tempo e sono meno rigidi di quello che normalmente pensiamo. Le incidenze sulla proprietà (divisibili in privilegi, poteri, diritti e immunità) potrebbero essere una chiave di lettura di quello che viene messo in gioco nei territori della condivisione?

Sandra Annunziata

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