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Territori della condivisione

01_Chiamiamo territori della condivisione i luoghi (aperti e costruiti) nei quali cogliamo azioni tese a favorire l’incontro e l’ispessimento del legame sociale. I territori della condivisione si pongono in una posizione intermedia tra l’appropriazione individualistica e l’ossessione comunitaria. Si connotano per un legame sociale che non è stabile, non è solo funzionale, ma solidaristico. Fondato sul riconoscimento, lo scambio e, a volte, la gratuità. I territori della condivisione sono luoghi pieni. Rappresentano un ispessimento orizzontale delle relazioni sociali che non avviene indifferentemente allo spazio e al tempo in cui si dà. Si può dire che sono luoghi nei quali si coglie una strutturazione dello spazio e del tempo che permette di riconoscersi.

02_Parlare di territori della condivisione non significa assumere un punto di vista ecumenico, alla ricerca della consolazione di “ciò che funziona” nella città: nuove pratiche di cittadinanza, virtuose ri-territorializzazioni di uno spazio pubblico spesso inospitale. La condivisione implica esclusione. Non esclude il conflitto. Guardare a questi territori è utile per tracciare una mappa più aderente alla situazione della città contemporanea. Per adottare un punto di vista conoscitivo che si ritiene essenziale ad orientare il progetto urbanistico e l’azione pubblica.

03_I territori della condivisione possono essere intesi come dislocazione del pubblico. Un pubblico “minore” pronto ad accendersi e spegnersi. Ma a ben guardare, esprimono una condizione più interessante: rendono evidente il superamento della dicotomia tra sfera pubblica e sfera privata. Si è soliti dire che vi sia una “precisa differenza” tra l’ambio del privato e l’ambito del pubblico (tanto che un tema specifico è quello dei confini tra i due). Ma questo approccio dicotomico è sempre più oggetto di confutazioni. Poiché in crisi sono le stesse nozioni di privato e di pubblico. La trasformazione di percorsi biografici e stili di vita hanno messo in crisi la strutturazione del privato. Così come hanno fatto le trasformazioni dei modi del lavoro, del muoversi,  della dimensione civico-politico per il pubblico. Più in generale cambia il rapporto tra comportamento individuale e cornice politico-istituzionale. Entro questa distinzione in movimento tra sfera del privato e sfera del pubblico, gli spazi di condivisione rappresentano una condizione cruciale. Evidenziano un diverso modo di vivere la città come luogo di socialità, di consumo, di partecipazione civica. Non rimandano a qualche tipo di colonizzazione del pubblico da parte del privato. Né, al contrario, all’espansione del pubblico nella dimensione individuale. Guardare ai territori della condivisione permette di accantonare prospettive dualistiche che mal rappresentano il modo in cui è abitata la città contemporanea.

I territori della condivisione non rappresentano uno spazio terzo. Piuttosto rendono complementari lo spazio privato e quello pubblico. Sono  «il prolungamento dell’uno nell’altro» come scrivono, occupandosi di una situazione analoga, alcuni studiosi di sociologia culturale (in particolare Carmen Leccardi, Marita Rampazi, Giuliana Mandich), utilizzando, per richiamare questa condizione l’idea di “casa”, di “casa pubblica” (e rovesciando i termini: non solo la casa non è più la sfera dell’esclusiva domesticità – che non si sa cosa sia – ma la città, in alcuni suoi luoghi, diviene casa). E richiamando, per alcuni aspetti, le retoriche degli interni, delle bolle, dei gusci di Sloterdijk. Per Leccardi: «la casa è rappresentata da isole di relazione e comunicazione create dai soggetti, dalle forme di azione capaci di ristabilire il rapporto del soggetto con se stesso mentre vengono gettate le basi per il reciproco riconoscimento. Queste isole sono costruite e difese attraverso l’impegno quotidiano di opposizione realizzato attraverso forme di partecipazione culturale e creativa allo spazio pubblico (ad es. attraverso la street art)».

04_Lo spazio «è l’uso che se ne fa» scrive PierLuigi Crosta. Nei territori della condivisione è l’uso che definisce il carattere. Un uso che non è individuale, ma ha una preminente qualità relazionale. I territori della condivisione non sono luoghi chiusi (nel senso di definiti, impermeabili), ma aperti all’esercizio della socialità, prendono forma attraverso l’interazione, rappresentano universi di significato condivisi (seppure pro-tempore, in forma non stabile …). Si può dire che lo spazio e il tempo dei territori della condivisione sono organizzati da azioni che rispondono ad un’esigenza dello stare con altri. Rovesciando i termini, le azioni che costruiscono la condivisione, negano innanzitutto il carattere liscio e trasparente dello spazio (proprie del paradigma funzionalista).

Quali regole disciplinano ciò che transita in questi territori? Quali regole disciplinano un orto come spazio di condivisione? Domande di questo tipo aiutano a problematizzare l’idea di spazio di condivisione, di cosa sia, di come sia delimitato (dal punto di vista funzionale, simbolico). Aiutano a problematizzare l’idea di confine.

Cristina Bianchetti

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One Comment Post a comment
  1. Anna Detheridge #

    Condivido senz’altro l’impostazione e l’intuizione di vedere nell’aggregazione e i suoi luoghi più o meno spontaneistici dei luoghi progettuali per l’urbanista e per le politiche. Ciò che a volte mi preoccupa un po’ negli scritti e nella visione degli architetti è un certo formalismo riguardo il tema degli spazi. La forma dello spazio è in fin dei conti determinato dall’uso e l’uso che le persone scelgono o non scelgono di fare di uno spazio (se stiamo parlando di spazi di condivisione spontanea) riguardano la sfera dei desideri, le possibilità di quei gruppi o comunità, le sensazioni fisiche e di prossemica che fan sì che scelgano un posto piuttosto che un altro. Gli scritti di Lefebvre sul tema dello spazio sociale e l’affettività e la sua critica dello spazio dell’astrazione sebbene eccessivamente ingenerosi verso la modernità colgono aspetti molto importanti che anche urbanisti antropologi americani, teorici e studiosi della percezione e dello spazio aptico quali Gibson comprendono bene. Dipende molto di che cosa esattamente si sta parlando. Forse anche la parola condivisione può essere un po’ fuorviante. La condivisione è un obiettivo difficilmente raggiunto, mentre gli spazi di aggregazione sono più frequenti e volanti. La differenziazione che faceva Lefebvre tra spazi di rappresentanza, spazi sociali e spazi di rappresentazione rimane credo abbastanza azzeccata. Il fatto che oggi in termini di spazi fisici gli spazi della condivisione sono per lo più spazi sociali è vero, ma esistono ancora spazi pubblici di rappresentanza quali Piazza Tahrir al Cairo, uno spazio tuttavia che si ravviva soprattutto nel momento del conflitto!!

    Anna Detheridge

    February 28, 2012

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