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Seminario di discussione

Il 18 gennaio 2012 presso il DIST, Dipartimento Interateneo di Scienze Progetto e Politiche del Territorio del Politecnico di Torino, si è tenuto il seminario di discussione Aspetti della Condivisione.

Al seminario coordinato da Cristina Bianchetti hanno partecipato Sandra Annunziata (Università di Roma Tre), Massimo Bricocoli (Politecnico di Milano), Sarah Chiodi (Politecnico di Torino), Daniela Ciaffi (Università degli studi di Palermo), Simone Devoti (Università IUAV di Venezia), Antonio di Campli (Politecnico di Torino), Isabella Inti (Politecnico di Milano), Daniela Ruggieri (Politecnico di Torino), Angelo Sampieri (Politecnico di Torino), Paola Savoldi (Politecnico di Milano), Anna Todros (Politecnico di Torino) ed i laureandi del Seminario di Tesi Spazi di condivisione per la città contemporanea Alessandra Conticini, Simone Ruberto e Sara Cristina Zanforlin.

Di seguito una sintesi di alcune delle posizioni emerse durante la discussione.

Isabella Inti

La condivisione nei termini di spazio e di tempo, aumenta la potenzialità dei luoghi entro i quali avviene. Deposita sul territorio nuovi immaginari. Produce nuove nominazioni. Nuove semantizzazioni. Chi condivide? La condivisione produce i suoi soggetti. Gruppi che possono essere intesi in senso hobbistico.

Daniela Ciaffi

Si danno atteggiamenti proto tipici. Spazi che sono “prototipi” di forme di condivisione. E’ importante costruire una “galleria di spazi”. Sarebbe interessante lavorare su esperienze che vadano oltre l’espressione di circoscritte elite culturali.

Angelo Sampieri

Il mercato immobiliare mostra un forte interessamento e investimento nella condivisione. Mercato, politiche e progetto mostrano attenzione al tema. Ma lo riducono. E’ interessante individuare le forme innovative della condivisione che si depositano sul territorio. E gli scarti che producono, l’addensamento di valore, le interruzioni, i margini. La ricerca potrebbe prendere in considerazione questa diversità, indagando intorno ad una città delle differenze, dove è importante uscire dalla virtù del singolo luogo e dalle ideologie delle scritture tradizionali per osservare il susseguirsi intrecciato, episodico e spesso accidentale di spazi densi (di relazioni, vincoli e scambi) e deserti.

Anna Todros

La non obbligatoria positività della condivisione suggerisce una riflessione profonda sul termine stesso. L’emergere di pratiche di condivisione (di spazi e tempo) si manifesta anche in esperienze torinesi. In molti casi l’esigenza di condividere qualcosa è associata ad interessi economici, di tempo, di immaginario comune. Difficoltà di imbrigliare il tema entro casi studio. Confrontarsi con il quartiere è ancora tema attuale per il mito, ancora molto forte, che ne è associato.

Daniela Ruggieri

L’esperienza di condivisione di un gruppo è inevitabilmente anche esclusione di altri. E’ in tal senso importante precisare quali sono gli obiettivi della condivisione.

Sandra Annunziata

La disponibilità di uno spazio non è condizione sufficiente per l’instaurarsi di pratiche di condivisione. Molto spesso esperienze di questo tipo avvengono laddove si sottoscrivano contratti di condivisione della proprietà del suolo anche tramite forme alternative di proprietà. E’ utile provare a praticare una logica sottrattiva: a cosa siamo disposti a rinunciare della proprietà affinché ciò produca condivisione? Potrebbe essere utile un più ampio ragionamento sulla proprietà per gradienti. Sarebbe inoltre interessante ragionare sulla rete che le singole esperienze creano complessivamente nel sistema città.

Massimo Bricocoli

L’uso del termine «social» nella cultura architettonica e pubblicitaria italiana è fortemente compromesso: si tratta di un termine che ricorre in ambito privato come pubblico, spesso fraintendendone il valore di condivisione. Esperienze di condivisione riguardano molto la scala locale ma è forse più interessante lavorare sul verticale, su esperienze che favoriscano la promozione di pratiche alle diverse scale e non solo entro ambiti circoscritti. Sarebbe interessante ragionare su come queste occasioni producano un tessuto e non un giustapporsi di bolle autonome.

Paola Savoldi

Quale è il ruolo della progettazione, come si possono progettare condizioni di condivisione? Quali sono le reali motivazioni che spingono verso esperienze di condivisione? La creazione di un archivio selettivo sarebbe utile a capire quali sono le esperienze interessanti e cosa si intenda per condivisione. Altra cosa utile da osservare sono le interruzioni dei processi di trasformazione, perché è lì che a volte si determinano condizioni di condivisione.

Isabella Inti

La condivisione è una condizione organizzata da azioni, come direbbe Pier Luigi Crosta. E’ interessane osservare casi opposti. Ad esempio, quei casi in cui alcuni beni che sono di fatto pubblici non sono utilizzati come tali perché non riescono a riflettere interessi di gruppi sociali o culturali che potrebbero appropriarsene.

Sarah Chiodi

Quale ruolo ha il contesto territoriale nel quale la condivisione trova spazio?  Comprendere come il contesto più o meno denso favorisca, modifichi o intervenga nella promozione di questo fenomeno potrebbe aiutare a comprenderne i caratteri e ad individuare esperienze significative.

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5 Comments Post a comment
  1. egiannotti #

    Dai vari interventi del seminario (e dai post precedenti) emerge un punto che mi sembra interessante. Ovvero, come il densificarsi di alcune pratiche di condivisione produce una risignificazione dei luoghi. Deposita su di essi una diversa semantizzazione e un nuovo immaginario, provocando di conseguenza anche un mutamento del valore del luogo, attraverso un diverso uso e una diversa percezione.
    Una tale densificazione si dà in quanto le pratiche di condivisione sono sì qualcosa di temporaneo e lasco, ma, nondimeno, hanno una loro forza e pervicacia. Non attraversano lo spazio in modo neutrale, ma lasciano dei segni, delle tracce. Producono dei cambiamenti, seppur non in modo forte e strutturato. Inoltre, le pratiche di condivisione non scelgono in modo arbitrario lo spazio, seppur rimane difficile dire precisamente le relazioni tra pratiche e spazio. Se una certa dose di neutralità sembra essere una condizione importante, altrettanto importanti sono alcuni piccoli dispositivi spaziali che creano ambiti, situazioni potrette, o che, al contrario, creano dei piccoli palcoscenici, dove mostrarsi e guardare.
    La cosa interessante (e al contempo difficile) è come il progetto può intercettare questi movimenti che nascono dal basso, che a volte sono sfuggenti, ma che spesso lasciano un deposito nei luoghi interessati. Questo necessita di un’adeguata capacità di lettura, la quale deve fare propri modi di guardare appartenenti ad altre discipline, come l’antropologia o la fotografia (esponendosi a qualche rischio metodologico), ma mantenendo il fuoco principale sullo spazio. Una seconda capacità necessaria è quella di interloquire con soggetti che non sono quelli tradizionali: nè i singoli privati, nè (forse) le istituzioni, ma piuttosto qualcosa che sta in mezzo. Una via è quella di rivolgersi all’associazionismo, ma probabilmente sarebbe interessante riuscire a intercettare anche gruppi meno formalizzati, secondo modalità che bisognerebbe esplorare.
    È forse quasi scontato dire che questo espone il progetto a dei rischi e a una certa dose di ambiguità, insita nell’obiettivo di lavorare con movimenti che nascono da sé. La volontà di guidarli verso certe direzioni, di formalizzarli in spazi più determinati, di incanalarli entro cornici istituzionali è una scelta da valutare con attenzione, in quanto rischierebbe di guastare pratiche che sono connotate da una certa temporalità e fragilità. Una direzione più fertile potrebbe essere quella di lavorare sull’ispessimento dello spazio e forse sulla sua resilienza (parola più promettente rispetto al concetto abusato di flessibilità).

    emanuel giannotti

    February 1, 2012
  2. Anna Todros #

    Prime reazioni

    Non credo che il termine condivisione riesca a reggere tutti i significati che vi appoggiamo. Il tema è delicato e complesso: per questo dovremmo cercare di essere il più chiari possibile. Condivisione, come ci siamo detti tante volte, evoca immediatamente un immaginario positivo. Certo il legame sociale si ispessisce, ma non per questo diventa denso (spesso è nella ripetizione di gesti, segni, con i vicini che si costruisce la proprio mondo, che rimane però individuale).

    “I luoghi della condivisione sono luoghi pieni”. Non lo so. Sono sì quei luoghi dove si coglie una strutturazione dello spazio che favorisce certe relazioni. Ma è anche l’assenza di una strutturazione spaziale che ispessisce. Sono convinta che lo spazio sia al centro del formarsi o meno di relazioni sociali e della forma e della qualità di tali relazioni, ma non so se lo definirei pieno.

    Rispetto al quartiere non so se possa essere escluso in modo così netto. Penso al caso di San Salvario a Torino, dove la condivisione sta anche nella volontà di ritrovare il quartiere (non è il quartiere, è il mito del quartiere).

    Quando invece si parla di privacy: quello è per me il passaggio più interessante. Quello che diciamo è che in realtà si trovano similitudini per non essere tutti sullo stesso piano. Costruire condivisione ci libera da “altri”.

    Quando si immagina come potere osservare e intercettare forme di condivisione ovviamente si apre il punto più complesso. Proprio per la loro non linearità, per l’intermittenza, ecc. è difficile riconoscerle, definirle. Non si tratta di grumi compatti.

    Sono d’accordo che le variazioni di valore sono intese come messa in scena di fenomeni complessi di trasformazione urbana. Forse è dalle trasformazioni, dai punti di rottura (non necessariamente grandi fratture, bastano scostamenti) che bisognerebbe partire.

    Può avere un senso guardare meglio i luoghi dove poggia Urban? Capire dove ci sono cambiamenti di popolazione, di valori immobiliari, trasformazioni fisiche?

    Anna Todros

    February 3, 2012
  3. E’ vero, il termine funziona poco. Evoca troppo. Fa pensare, come ha notato Alessandro Pizzorno, a “qualcosa che uno si porta a casa”. Ma potremmo provvisoriamente provare ad utilizzarlo in quanto indicatore di una variazione di valore dello spazio urbano. Mi sembra che la discussione e i commenti abbiano rafforzato questo punto del documento iniziale del nostro seminario. La condivisione dà valore a spazi altrimenti ritenuti comuni. E questo nonostante non abbia nulla di duraturo e progressivo (nulla, in questo senso, dello spazio pubblico inteso in termini tradizionali come quello spazio destinato non ad una sola generazione). Osservare la condivisione significa al contrario osservare le brusche variazioni di valore che aumentano o riducono il valore: scarti, anomalie, eccezioni che ci sorprendono perché interrompono il luogo comune della progressiva valorizzazione o del degrado inarrestabile di intere parti di città. Aiuta a uscire da una logica “per parti” e a cogliere le variazioni dello spazio, senza cadere nelle storie lineari della sua trasformazione..

    February 6, 2012
  4. Luciano Vettoretto #

    interessante, sopratutto nella prospettiva che supera le dimensioni comunitarie e individualistiche (con annessi modi e forme di regolazione sociale dello spazio e dell’agire in compresenza). mi sembra una prospettiva di ricerca promettente e anche divertente.
    Luciano Vettoretto

    February 7, 2012
  5. Valentina Orioli #

    Il tema sul quale avete sollecitato una riflessione mi sembra assai denso e complesso. Provo ad esporre alcune riflessioni.

    Condivido il punto di vista di chi ha sottolineato che condivisione è un termine strano e difficile, che evoca il tenere insieme e allo stesso tempo la separazione. E’ però anche una parola adeguata ad esprimere la possibilità di guardare in modo diverso allo spazio urbano, di attribuire un valore a spazi che sono percepiti come poco significativi, o addirittura negletti per la loro apparente mancanza di carattere e di qualità. Come architetti spesso guardiamo allo spazio urbano attraverso una prospettiva che tende a mettere in valore soltanto ciò che ha precise qualità formali e d’uso, restando ancorati ad una visione tradizionale dello spazio pubblico, che ancora influenza fortemente l’approccio al progetto urbano. Credo che riflettere sulle città dal punto di vista della condivisione sia quindi un ottimo esercizio per affinare lo sguardo sullo spazio urbano.

    Un punto di partenza mi sembra proprio quello di tentare di riconoscere territori di condivisione, attingendo anche a modi di guardare complementari a quello dell’urbanista. La questione essenziale rispetto al nostro lavoro mi sembra però quella di sforzarsi di mantenere sempre il fuoco sullo spazio. In che modo le pratiche di condivisione – informali, dal basso, temporanee – possono contribuire a costruire/valorizzare lo spazio urbano? Come si può progettare uno spazio urbano in modo da costruire le condizioni per favorire la condivisione?

    Questi sono gli aspetti che più mi interrogano, sia come architetto che come insegnante. L’obiettivo mi sembra quello di costruire un progetto tentativo, capace cioè di tentare i luoghi, cogliendo le opportunità che già ci sono, e creando le condizioni affinché essi diventino territori di possibile condivisione. L’esercizio mi sembra molto difficile, perché quando si lavora sul progetto si rischia sempre di formalizzare troppo, di irrigidirsi in una forma. Da questo punto di vista credo che costruire una galleria di spazi della condivisione sia utile, perché aiuta la riflessione, ma rischioso, perché cercare dei prototipi è un modo di cristallizzare la propria visione dello spazio. I progetti dovrebbero quindi lavorare sulle relazioni più che sugli oggetti, sulla costruzione di condizioni e di opportunità più che sull’individuazione di funzioni precisamente definite.

    In conclusione, penso che il tema si presti ad un progetto di ricerca rischioso ed interessante, e che la prima questione sia come e che cosa scegliere, su quali territori sperimentare. La condivisione nasce quasi sempre dal basso, da necessità o consuetudini quotidiane, oppure da situazioni eccezionali, nelle quali si inizia a condividere perché si discute sul futuro di un territorio, o di un progetto (aggiungo che inedite situazioni di socializzazione e di condivisione possono essere determinate da eventi del tutto imprevisti, come abbiamo sperimentato in questi giorni a Cesena con l’arrivo di una incredibile nevicata!). Credo che una possibilità sia quella di scegliere ambiti urbani in abbandono, oppure in lenta e difficile trasformazione, caratterizzati da vicende urbanistiche annose (tanti progetti, più o meno calati dall’alto, che si susseguono con poche prospettive di realizzazione e un certo grado di conflittualità fra proprietari. Penso, dalle mie parti, alla Darsena di Ravenna). In genere c’è una certa attenzione da parte dei cittadini e delle associazioni rispetto a questi territori, che si riflette nelle discussioni pubbliche e attraverso i media locali: ci sono già condizioni di terreno fertile, che possono costituire una buona base per una riflessione orientata al progetto. Forse possiamo assumere che la costruzione di spazi di condivisione sia uno degli obiettivi dei processi di rigenerazione urbana …

    February 21, 2012

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