Skip to content

Shared territories: Turin (reflections on the side of Design Unit Plein air)

«La gente deve essere presa a piccole dosi», esortava circa un secolo e mezzo fa Ralph Waldo Emerson la platea di Harvard invitandola a mantenere un equilibrio sapiente e saldo tra solitudine e socialità. «Dobbiamo tenere la testa nell’una e le mani nell’altra», spiegava. Ove l’una era lo spazio dell’intimità, della sorveglianza critica di sé stessi e della protezione dagli altri, e l’altra lo spazio ricettivo delle cerchie amicali e sociali, eredi delle comunità fourieriste del tempo e del loro fallimento di cui Emerson studiava e discuteva ragioni e implicazioni. I moniti di Società e solitudine (Diabasis 2008) tornano oggi assieme ad attenzioni ed indagini che vedono nel riaffiorare e diffondersi di ambiti di socialità vagamente comunitari l’espressione di forme nuove di condivisione di usi, risorse e spazi di qualche peso e rilevanza nelle trasformazioni dei territori contemporanei europei.

Associazioni volontarie ed aggregazioni temporanee, ambiti di comunione strutturati o al contrario frammentari e disorganici, gruppi rivendicativi di diritti segnati da orientamenti ideologici, valori e convinzioni, convergenze strumentali al raggiungimento di convenienze occasionali. Più frequentemente, spazi ove posizionare qualche significato condiviso, nella consapevolezza del carattere transitorio dell’investimento. Modi e forme dello stare assieme che riguardano l’abitare non meno di altre pratiche. Raggruppamenti mobili ed intermittenti che si accendono e si spengono lasciando tracce spesso deboli e poco incisive. Ma anche rituali ripetuti, con qualche pretesa di permanenza. Come altrove compagini dure, compatte, contrattate e necessarie. Modi e forme difficili da cogliere entro caratteri distintivi e nitidi, capaci di rappresentare in maniera non sfocata il fenomeno. Tanto da farlo apparire espressione eccedente rispetto alla consistenza. Eppure, vi si inciampa continuamente. Osservando la città e non solo.

L’attenzione attraversa l’indagine sociologica, filosofica, economica. Nel riconoscimento di un progressivo indebolimento di quelle soluzioni biografiche che per quasi un ventennio si è provato a misurare con problemi e contraddizioni sistemiche (Beck, 1992). Autonomia ed indipendenza non sembrano aver più la forza di incidere. Hanno perso peso, carattere, vitalità. I profili individuali paiono gusci vuoti. Allo stesso modo in cui rarefatte e stanche incedono le ricomposizioni che Bauman riconduceva a sciami: aggregati strumentali ed affatto appassionati, per lo più devoti al consumo, forme di solidarietà meccanica quale prodotto residuale di legami ed interazioni pubbliche di forma moderna (Bauman, 2008). Ad una richiesta di libertà ed affermazione individuale sempre meno esuberante e dinamica non vi è risposta entro collettivismi implicanti costrizioni e cerimoniali obbligati. Tanto che con più forza che in passato si torna a ribadire il superamento di una società individualizzata e la fine di un mondo di consumatori.

Non è però qui che si posiziona il ragionamento: nell’aspettativa di una stagione capace di ricostruire da capo forme di cittadinanza virtuose e partecipate entro modelli di condivisione bene organizzati, oltre la società degli individui, oltre la società dei consumi, oltre il presente liquido (Russo, 2008). Quanto piuttosto nell’ipotesi che indebolimento di soluzioni biografiche e riduzione del pubblico (a protezione e tutela di impegni e vincoli collettivi) sembrano oggi comporre, accanto a legami “tenui e fragili, facilmente spezzabili e spesso e volentieri di breve durata” (Bauman, 2008), qualche più robusta relazione. Degli addensamenti di scambi, reciprocità e responsabilità capaci di determinare l’ispessimento di alcune pratiche in alcuni luoghi. Che paiono accendersi ed infittirsi, ove altri si spengono e si rarefanno.

Ragioni simboliche e ragioni pratiche si intrecciano in questi luoghi. Desiderio di prossimità e riconoscimento accanto a convenienze e pulsioni partecipative disegnano un orizzonte di valori ampio, capace di accogliere posizioni strumentali, atteggiamenti solidaristici, istanze radicali. Promozione di nuove economie del noi (Carlini, 2011), forme di intraprendenza collettiva ed auto-organizzazioni differentemente declinate, tese a prestare servizi e spartire risorse, offrire sicurezze e condividere interessi. Fino ad esprimere nelle culture dell’abitare una sorta di messa in scena del fenomeno. Entro uno spazio circoscritto e connotato ove si osserva da un lato il convergere di interessi di mercato, politiche e progetto attorno all’offerta di forme di condivisione abitativa robuste e bene delineate, dall’altro, ed al contempo, il divergere di questa stessa offerta dalla domanda di condivisione espressa dagli abitanti. Temporanea, duttile, fragile, poco riducibile alle forme più o meno sperimentali di coabitazione che si stanno promuovendo. Una non coincidenza che invita ad indagare a fondo il divario, gli scarti, gli avvicinamenti ed i contatti che si susseguono nel tentare risposte progettuali e politiche al tema. Attraverso formule che però si ripetono entro i confini di modelli per lo più contrattuali, tesi all’istituzionalizzazione ed all’irrigidimento del fenomeno entro formati chiusi e bene strutturati al loro interno. E come tali, poco capaci di restituire estensione e complessità.

L’osservazione di alcuni spazi della città di Torino tenta una strada diversa. Fuori dall’alloggio, dalle nuove o vecchie forme dell’abitare collettivo, fuori dal quartiere, dagli orti in comune e dall’associazionismo culturale ed etnico. O meglio, attraverso ognuna di queste condizioni, ma non al loro interno. Lungo le frontiere, nella relazione con la città. A Torino i territori della condivisione sono osservati nel momento in cui le pratiche si affacciano al di fuori degli spazi che le contengono. Ove i luoghi in cui si coglie l’ispessimento di qualche legame sociale sono più esposti alla città. E raccontano qui, nel superamento del proprio margine fisico e simbolico, di sè non meno che dell’intorno che li include. Quello che i territori della condivisione descrivono in tal modo non è una sequenza ritmata ed ordinata di recinti e sfere: ambiti organici al loro interno, spazi della coesione e della partecipazione, dell’incontro ripetuto e dell’interazione. Accanto a questa immagine, che lo studio dei differenti modi di aggregazione bene restituisce, ve n’è un’altra. Più complessa ed articolata, perché tesa a cogliere omogeneità e ripetizioni nel momento in cui esse cambiano. Ridisegnando così la città come un susseguirsi episodico, e spesso accidentale, di spazi densi (di relazioni, vincoli e scambi) e deserti. Un sistema di pieni e di vuoti attraverso nodi, confluenze e diramazioni che non costruiscono una trama ininterrotta, continua e regolare, tanto meno però un arcipelago di parti distinte ed autonome.

Non è un ribaltamento: l’osservazione esterna, entro un’angolazione critica, di ambiti molto indagati al loro interno, talvolta celebrati per le virtù, altre deplorati per il settarismo. E’ il tentativo di tenere i luoghi in tensione con la città per meglio capire le relazioni che si determinano al collidere di spazi differentemente vissuti. Spazi di diverso peso politico ed economico oltre che simbolico. Capaci di incidere sui valori immobiliari veicolando scelte politiche e di progetto. In gioco c’è la condivisione, non meno del conflitto, la competizione, l’esclusione. Ma anche la varietà. Il comporsi e scomporsi di parti di città differenti. La possibilità, e l’impossibilità, di cambiare modi e forme dell’abitare attraversando sbalzi e fratture. Qualcosa che ha a che fare con la riscrittura di un diritto alla città non meno che con il suo progetto.

A Torino, una sezione che lungo la Tangenziale Nord e la Stura, fino alla Confluenza ed ai parchi dell’Arrivore, del Meisino, della Colletta, attraversa Falchera, i ritagli incolti tra il Raccordo per Caselle e la ferrovia, i complessi di edilizia sociale di Corso Taranto, i comparti industriali dell’Iveco, i centri commerciali della periferia nord, fino a Barca Bertolla, descrive un territorio della condivisione. Pervaso di azioni che incessantemente ne ridefiniscono caratteri e densità. Osservare questo territorio entro questa angolazione invita a ripensare un progetto capace di dare peso alle pratiche nei luoghi, misurandone estensione, persistenza e continuità. Al contempo, tra ispessimenti e desertificazioni, è occasione per ripensare la città ed i modi in cui la si abita.

Angelo Sampieri

Advertisements
No comments yet

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s

%d bloggers like this: